La nutella, l’Expo e il mangiare italiano

E’ inutile negarlo, fare i duri e puri, gli struzzi ostruzionisti ad ogni costo: Expo porta alle nazioni ospitanti una serie di vantaggi non indifferenti, economici, politici, professionali. Primo tra tutti, quello di rappresentare una ribalta estremamente visibile; poi, quando uno è sul palcoscenico, fa la figura che merita, e prende gli applausi o i pomodori fradici, come è nella sua natura. Ovviamente con i vantaggi vengono anche, inscindibili, i costi dell’operazione; che, pur togliendo quelli espliciti, quelli finanziari, sono potenzialmente enormi, e tanto più pericolosi quanto sono occulti. Tipo: attirare l’attenzione degli Americani sull’argomento “cibo” e chiamarceli in casa, quando stavano tanto bene là dove stavano. Adesso, non sappiamo se avete presente come mangiano in America; per chi non ci fosse mai stato, è presto detto.

Scordatevi l’antropizzazione e l’atomizzazione del commercio che abbiamo da queste parti. Da noi, non puoi fare dieci chilometri senza incontrare qualcuno, e in un chilometro lineare urbano o periferico ci sono almeno quindici tra bar, ristoranti e pizzettari, sei banche, due interinali, tre mediatori immobiliari e due ortofrutta. Se per avventura viaggiate negli States, prima di vedere un cristiano possono passare sei ore di automobile, tra un centro abitato e l’altro (una pompa di benzina, quattro case, un binario) ci sono venticinque chilometri e tra un verduraio e l’altro fate prima a piantare da voi le insalate e aspettare che crescano. I negozi di alimentari ricadono perlopiù nella categoria DELI, parola ingannevole che cela una realtà di gelati confezionati, pomodori mutanti, strisce di carne di canguro essiccata, bibite gassate, patatine, scatolette, panini di plastica e strane radici dall’aspetto curiosamente sofferente, che forse sono un monito di dolore per chi volesse impavidamente cibarsene. Da quelle parti c’è gente che è nata, cresciuta e morta senza aver mai sentito dire di qualcuno che avesse visto uno zucchino dal vero, e alcuni non ne conoscono neppure l’esistenza; il latte cresce in galloni, le arance nelle cassette e i polli direttamente sul fegato, fritti impanati.

Ebbene; la Rappresentante Numero Uno di questa nazione, un posto in cui vendono poltrone capaci di portare quattro chiappe alla volta e quando muore uno ci fanno quattrocento chili di saponette col grasso, in forza della ribalta Expo è stata capace di venire da noi a predicare qual è la cucina sana. Le ricette: l’insalata di riso con le lenticchie, il pollo lesso, tutto il pianeta pronto ad applaudirla per un menù che non avrebbe affatto sfigurato presso una filiale di serie C della Caritas (ma non dimentichiamo l’insalata di orzo e fragole e i favolosi spaghetti cotti in pentola a pressione, certo). E’ vero che si è premurata di dire: guardate, è così che voglio dar da mangiare agli americani. Il problema è che questa lezioncina doveva proprio venire a darla dalle cucine di un Paese in cui il più rimbambito sa che pasteggiare a patate fritte, Mars e Coca-Cola non è un buon sistema per uscire dai trent’anni senza i piedi in avanti. Perché non lasciare fare ai cuochi italiani, magari con fare benedicente da dietro le quinte? Risposta: rappresentatività e paternalismo; gli stessi criteri che hanno loro permesso di contrabbandare in tutto il mondo quella Dieta Mediterranea che poi noi ci siamo ciucciati per cinquant’anni come fosse il Verbo, salvo che ora i nutrizionisti stanno facendo dietrofront: ragazzi, ingozzarsi di pasta non è il massimo per gente che non lavora nei campi e non fa cinquecento vasche al giorno come Michael Phelps. America, abbiamo una notizia per voi: CHIUNQUE mangia meglio di voi.

Non avete bisogno di mandare in ribalta qui la First Lady per sentirvi motivati: basta ridurre le dosi delle porcherie del, diciamo, novecento per cento e tutto andrà bene. Ma dev’essere proprio il momento clou dell’Italia sulla ribalta del cibo sano, se anche l’eterna Quasi First Lady francese, Ségolène Royal, viene a spiegarci i pericoli insiti nella Nutella, parlandoci di olio di palma e di deforestazione senza ricordarsi, per dire, che anche la Danone non ha grossi problemi nell’utilizzare gli stessi ingredienti; ma già, era il momento buono per replicare con un dispettuccio alle critiche mosse per la chiusura delle frontiere a Ventimiglia, perché lasciarsi scappare l’occasione di una figuraccia? Per fortuna noi abbiamo Agnese Renzi, a rimettere tutto a posto, che con una visitina spot al padiglione della Ferrero ha risollevato le italiche sorti in un battibaleno. Per cui, italiani: niente paura. D’ora in poi potrete cibarvi tranquillamente di riso e lenticchie, cosce di pollo in umido e Nutella. Ah, lo sapevate già? Ma pensa te, a volte.

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