La fame l’ha conosciuta bene da piccola. Dacia Maraini l’ha condivisa, quando aveva solo sette anni, con la sorella di due anni in un campo di prigionia giapponese a Nagoya. L’ 8 settembre 1943 i suoi genitori, Fosco Maraini e Topazia Alliata, erano a Tokyo, ambedue si rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò e furono giudicati traditori della patria. Adesso, Dacia la sensazione della fame la può condividere con migliaia di bambine e bambini affamati e bombardati in Palestina. E non è un bel ricordo, né la sua moltiplicata ripetizione è una bella conquista della modernità. È solo dolore e vergogna inammissibili, afferma con forza Maraini.
L’occasione per parlarne è uno degli appuntamenti della serie “Eui Conversations”, le conversazioni sui temi di maggior rilievo della contemporaneità organizzate dall’European University Institute, l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole (Firenze): una serie di dialoghi pubblici con autorevoli voci del pensiero e della cultura europei. Il 22 settembre scorso, l’appuntamento intitolato “Una scrittrice davanti all’Europa” si trovavano a confronto quella che è una delle più significative scrittrici contemporanee italiane e Nicolas Guilhot, professore di storia presso l’Eui, sui problemi cruciali del mondo attuale:guerra, condizione femminile, Europa, L politica. Partendo dalla recente pubblicazione del libro di Maraini, Vita mia, sui due anni da lei passati da bambina nel campo di prigionia giapponese.
“Perché ho scelto adesso di tornare adesso su queste memorie? In realtà l’idea mi era già venuta anni fa ma non l’avevo realizzata, forse perché troppo dolorosa. Ma in questi ultimi due anni si sentivano i venti di guerra e volevo portare una testimonianza. Tutti si dicono contro la guerra ma resta un discorso a livello generico, io l’avevo vissuta ed era diverso”. Le ha fatto male ricordare? “Si ma anche bene. Avevo paura ma mi ha giovato parlare degli ingorghi che si hanno dentro. La letteratura fa bene, è fondamentale”.
La fame che devasta, la guerra da impedire, i famosi valori occidentali che non serve urlare per difenderli, ma basta capire, dice Dacia Maraini, che sono valori universali non occidentali. La fame è la specificità del massacro condotto da Netanyahu in Palestina, un’arma di guerra non ammissibile ma che nessuno ferma e che uccide in un modo perverso, ancora più terribile quando riguarda i bambini. Quella fame contro cui, proprio, nel giorno in cui Maraini ne parlava all’Eui, l’Italia intera manifestava, chiamata dai sindacati che i benpensanti condannano perché “si occupino di salari e condizioni di lavoro che è il loro compito”. Non occuparti di chi viene massacrato e affamato: stai nel tuo recinto, altro che ama il prossimo tuo come te stesso. Chissà se anche una scrittrice dovrebbe restare nel suo recinto. Maraini non ci sta di certo.
La fame che l’autrice di “Vita mia” ricorda durante la conversazione all’Eui, la sua personale fame identica comunque a quella dei bimbi di Gaza, la “costringeva a mangiare orrendamente i topi che, bolliti, puzzavano, e noi bambine che la mamma incitava a mangiare perché senza proteine non si vive, ci sentivamo morire, faceva rovistare nell’immondizia mio padre che si calava pericolosamente dalla finestra per trovare una lisca di pesce per bollirla ore finché non producesse un’acqua vagamente proteica schifosa e puzzolente che la mamma ci implorava di bere. Io e mia sorella giocavamo con una pietra come se fosse pane perché il cibo diventa mito e il mito indica un bisogno” .
La fame che distrugge: “Una devastazione che porta alla morte e alla disperazione. Il corpo non risponde più ma neanche il cervello. Il corpo da’ segnali terribili, lo sento ancora il sangue che esce continuamente dal naso e ti cola addosso, la diarrea, il beriberi per cui mia madre non riusciva più ad alzarsi da terra ma lì cuciva per le guardie e otteneva un uovo che si divideva in 18 persone. La fame non deve essere sopportata da nessuno e nessuno al mondo può giustificare o perdonare questo degrado dell’essere umano”. Applausi scroscianti.
Eccoci alla guerra e la pace. “La pace, quando noi uscimmo dal Giappone, fu fatta dall’Europa. Ora l’Europa sembra quasi il contrario: muri di droni invece del muro di Berlino, ritorno dei blocchi contrapposti” . Come resistere a quest’atmosfera guerresca? “Io credo nella letteratura. La parola svela la complessità insegnando che ognuno è diverso e che va rispettata la complessità. La guerra divide sommariamente in amici e nemici con un’irrazionalità che forse nasce ai nostri tempi dalla paura che spinge a chiudersi. La paura dei migranti, del clima, delle epidemie. Oltre all’esistenza di alcuni capi di Stato che stanno imponendo la guerra con cui pensano di risolvere i problemi, anche i propri”.
Reagire non è semplice. “Certo pacifismo non vuole fare niente, solo non armarsi e stare fermi. Ma il diritto di difesa esiste oppure no? Difendersi comporta anche un armamento e come resistere a chi impone la guerra è grande dilemma. Per prima cosa io penso che non si debba disgregare l’Europa. Da ogni parte sento voci che la criticano e denigrano. Perfino alcuni nostri raffinati intellettuali parlano dell’Europa come se fosse ormai da seppellire. Eppure l’Europa unita è stata una grande cosa, ci ha assicurato 80 anni di non guerra, un’economia in qualche modo funzionante, l’Erasmus, Shengen ovvero niente dazi, passaporti, controlli, solo libera circolazione. Chi critica che alternativa ci offre?”.
Già ma sembra che l’Europa si sia scardinata, si preoccupa Guilhot. Maraini: “Parlavo prima dei cosiddetti valori occidentali da difendere. Per evitare le guerre forse varrebbe convincersi che sono valori universali come libertà, democrazia, diritti civili: valori conquistati, non come occidentali ma universali. Cosa pensate che vogliano le donne afgane, coperte fino ai piedi, impedite di uscire, studiare, fare qualsiasi cosa, se non la libertà? E così è per la democrazia, i diritti, l’uguaglianza e via dicendo. Sono valori universali che Trump pensa vecchi e sorpassati, o meglio lui non pensa niente, ma lo pensano i teorici della dittatura dei tecnocrati, come ai tempi dei latifondi in cui i principi comandavano su tutti. Oggi sono i tecnocrati i veri latifondisti, vedi Musk, ma noi di latifondisti non ne vogliamo più ”.
Ecco lei parlava delle uova condivise, un concetto, la condivisione, che sembra sparito, “Perché le soluzioni democratiche funzionino ci vuole un minimo di uguaglianza. Oggi ognuno è per conto suo”. Come si rimette in gioco il decidere insieme? “L’ Europa ha fatti tanti errori, ma anche tante conquiste: il ‘68, il femminismo che è stata una rivoluzione pacifica ma ha cambiato i diritti dei cittadini, per esempio il femminicidio prima praticamente ammesso per adulterio o l’omosessualità non più considerata malattia o perversione. Ora su tante conquiste si vuole tornare indietro e viene da ridere perché lo vuole gente ai posti di comando tra cui nessuno ha una famiglia regolare. Ed è ovvio perché rapporti e società sono cambiati. I loro sono solo luoghi comuni. Bisogna adattarsi ai cambiamenti con intelligenza e umanità. Invece si reagisce negando il problema come fanno i suprematisti. L’ immigrazione fa paura non solo per il timore di perdita di lavoro ma di identità. Non lo si risolve buttando a mare le persone ma affrontando la questione con con intelligenza e umanità. Mai con la guerra”.
La politica non sembra andare in questa direzione. “La politica ha perso la capacità di saggezza. La fine delle ideologie – intendendo per ideologia una serie di grandi valori condivisi che tenevano insieme quantità di persone – ha fatto della politica una questione di potere individuale. Bisogna creare nuove ideologie, ovvero nuovi valori condivisi. Non c’è più il comunismo che all’inizio era una bellissima invenzione, ovvero che eliminando la proprietà dei mezzi di produzione si sarebbe raggiunta l’uguaglianza, ma poi invece è arrivato il capitalismo di stato e l’orrore di Stalin. Si tratta comunque di creare nuovi valori condivisi e il cambiamento non può che nascere dal basso: il cristianesimo all’inizio erano quattro pescatori, le altre rivoluzioni sono tutte nate dal basso e da pochi, poi la parola si diffonde”. Me lo sono domandata vedendo tanti giovani accorrere dal Papa, a Roma: perché? Probabilmente il cattolicesimo offriva loro valori globali” .
In foto Dacia Maraini