Il Jerusalem Post ha recentemente pubblicato a cura di Tova Herzl una riflessione, comparativa e scettica, sulla classe dirigente al seguito di Benjamin Netanyahu. Herzl, decana del corpo diplomatico di Israele, si sofferma ad osservare che: “Gli studi fatti dimostrano come i leader propensi ad interpellare consulenti di talento, e aperti a opinioni diverse dalla propria, di solito prendono decisioni migliori. In Israele, la qualità della cerchia ristretta di un leader è tema di sopravvivenza. In effetti, storicamente, abbiamo visto personaggi di alto spessore nei ruoli delicati di segretario, capo di gabinetto e consigliere anziano. Eppure, negli ultimi anni la questione del merito è stata messa da parte”. L’autrice del libro di successo “Madame Ambassador” giunge alla severa conclusione: “Se vogliamo capire davvero le cause della crisi che viviamo, non dobbiamo guardare solo a chi svolge uno dei lavori più difficili al mondo (il premier israeliano nda), ma anche a chi lo circonda”.
Nel caso di Netanyahu in effetti la cabina di regia è tutto un programma. Alla sua tavola sedevano Yonatan Urich ed Eli Feldstein, nomi assai noti al pubblico israeliano e altrettanto agli uffici della Procura. Urich è stato stretto consigliere di Bibi per gran parte dell’ultimo decennio, i primi passi nel Likud li ha mossi come responsabile della comunicazione nel settore dei social media. Urich e Yisrael Einhorn, a cui Netanyahu si è spesso affidato per l’organizzazione delle campagne elettorali, sono entrambi finiti al centro della cronaca per lo scandalo Qatargate, che ha portato all’arresto del primo e alla “latitanza” del secondo in Serbia. Nelle indagini dello Shin Bet, sui fondi trasferiti dalla monarchia del Golfo a collaboratori dell’Ufficio del primo ministro israeliano, è coinvolto anche Feldstein, portavoce di Netanyahu per gli affari militari. E già presente nei dossier della magistratura quale presunta talpa della vicenda BibiLeaks, per aver intenzionalmente fatto trapelare ai giornali materiale secretato. Al vaglio è la fuga di notizie riservate al fine di manipolare l’opinione pubblica. Sebbene il premier non sia sospettato di aver commesso reato, sbraita in preda all’ossessione di una dietrologia cospirazionista.
Anshel Pfeffer giornalista e autore della biografia sulla “turbolenta” vita di Benjamin Netanyahu scrisse: “La maggior parte dei consiglieri è stata con lui per anni e ha dimostrato la propria lealtà durante il suo lungo periodo di deserto politico”. Scorrendo la lista del circolo privato di Netanyahu troviamo Drorit Steinmetz e Yossi Shelley. Due figure chiave dell’architrave della sua struttura politica. La Steinmetz, è subentrata a Shelley nella posizione di direttore generale dell’ufficio del premier, assumendo un ruolo che nell’ordine di protocollo della gerarchia cerimoniale della repubblica è solo il 24°, ma nella realtà è secondo a pochi.
La promozione (pare caldeggiata espressamente da Sara Netanyahu) è arrivata dopo che Shelley ha miseramente fallito la gestione del post 7 ottobre 2023, in modo ritenuto “patetico”. Shelley con il grado di plenipotenziario di Israele è stato paracadutato negli Emirati Arabi Uniti. Voci di condotta inappropriata avrebbero spinto gli emiri a richiedere di revocare il suo incarico. Per la Steinmetz invece una valanga sperticata di lodi da parte di Netanyahu. A chiudere il cerchio dell’entourage della macchina di controllo è Yossi Fuchs, attualmente a capo della segreteria del primo ministro. Braccio destro di indubbia fedeltà. Devozione pare venuta a meno a due elementi storici del cerchio magico di Netanyahu.
Parliamo rispettivamente di Tzachi Hanegbi e Ron Dermer. Hanegbi, advisor del premier per la sicurezza nazionale, durante la riunione del gabinetto di emergenza per l’approvazione dell’occupazione di Gaza ha manifestato apertamente la propria contrarietà all’operazione. Prendendo le distanze. Non era mai accaduto, pare. Mentre Dermer ministro degli Affari Strategici dell’esecutivo ha, invece, annunciato che intende ritirarsi dalla politica, nei prossimi mesi. Il tessitore dei rapporti di Netanyahu con Trump e l’amministrazione repubblicana è in una situazione non facile, rischia di bruciare l’entratura di cui gode alla Casa Bianca. Chi manca al falco della destra in questo frangente è il suo amico di lunga data Yitzhak Molcho, l’uomo tappa buchi e a conoscenza degli scheletri nell’armadio di Bibi, che il fascicolo aperto sulla fornitura di sottomarini dalla Thyssenkrupp ha costretto a fare un passo indietro. Caduto in disgrazia è Ari Harow, condannato per frode e violazione del vincolo fiduciario, prima assistente e poi testimone nei processi a carico di Netanyahu. Altri due stretti compagni di viaggio, persi per strada anni fa, sono Naftali Bennett e Avigdor Lieberman, diventati suoi acerrimi nemici.
Immancabile, ieri come oggi, è la moglie Sara, l’unica confidente di cui Bibi non può fare a meno, nemmeno se volesse. Ciascuno della corte ha una parte di colpa del disastro attuale. E un solo compito da svolgere, dedicarsi completamente alla sopravvivenza di re Bibi, con ogni mezzo. Intanto, fuori dal palazzo la gente chiede la fine della guerra.
Alfredo De Girolamo Enrico Catassi
Foto: Vatican News