Bonaretti: dal rischio trombatura a Reggio all’apoteosi nella Capitale

Dal rischio trombatura a Reggio all’apoteosi nella Capitale: Mauro Bonaretti segretario generale di palazzo Chigi, pronto a dimezzare i burocrati
Miracolo romano
Un municipio bonarettizzato

Il gradino più basso del suo rapporto con la città che dirigeva in qualità di segretario generale del palazzo, fu quando affibbiò al consiglio comunale il poco lusinghiero epiteto “tribunale del popolo autoconvocato”; ma come, lui, Mauro Bonaretti, direttore generale così attento alla forma (che è anche sostanza) liquidava così il massimo organismo di rappresentanza del comune capoluogo? Solo perché qualche gruppo minore e di minoranza di sala Tricolore aveva osato chiedere e ottenere una seduta che discutesse sul suo caso?

Erano tempi tirati e di polemica; qualcuno aveva i nervi più scoperti del solito. Anche Emanuela Caselli, presidente del consiglio comunale, aveva perso un poco le staffe perché un petulante cittadino le stava sempre dietro sul palco e ne annotava i movimenti con frasi ad alta voce. Arrivò a chiamare i carabinieri perché il fastidioso contribuente venisse allontanato. Poi finì a tarallucci e vino: i due si spiegarono e tornarono a fare esattamente come prima. Lui dall’alto che vigilava come un grande occhio popolare, lei, più in basso ma sullo scranno centrale che faceva finta di niente, al massimo innervosendosi un po’.

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…così come Bonaretti è restato “nostro direttore generale”

Ma torniamo al nostro: nonostante i giornali nazionali lo dipingessero come il migliore dei dirigenti amministrativi possibili, a Reggio sembravano non capirlo, almeno le opposizioni come si diceva. Per via di una ristrutturazione vagamente galeotta di un terrazzino del suo appartamento del centro, nobilmente vetusto e come tale tutelato dalle Belle arti. Bonaretti un po’ troppo brillantemente accelerò i lavori senza tutte le necessarie autorizzazioni; apriti o cielo. I leghisti allora erano estremamente pimpanti, il dio Po scorreva limpido (?) come più o meno le acque del grande fiume e Giacomo Giovannini, scartabellatore di carte e fustigatore dei costumi pubblici della maggioranza, fotografò l’appartamento facendone un caso.

Ne conseguì un notevole tira molla dal peso effettivo assai esiguo ma pietanza prelibata per il giornalismo locale raramente alle prese con avvenimenti epocali; insomma, dopo il famoso consiglio comunale della presunta gogna, Bonaretti porse una specie di scuse, pagò una multina e chi si è visto si è visto. Che tanto si sapeva che non sarebbe mai stato sfiduciato. Anche perché le politiche amministrative della città le ha (quasi) tutte portate avanti lui. E non ne faceva un gran mistero: in tempi non sospetti infatti rilasciò più d’una intervista sulla necessità di sfoltire i ranghi dei componenti di giunta per ridurli a poche effettive unità. Perché gli enti locali che sapevano davvero il fatto loro avevano bisogno di pochi, preparatissimi tecnici-dirigenti che sopperissero alle debolezze personalistiche della politica. Insomma una spending-review ante litteram.

Passata la tempesta imperfetta, la strada di Bonaretti è stata tutta in discesa. Il secondo mandato di Delrio, già tutto proteso verso orizzonti nazionali, lo voleva già al suo fianco in qualità di super tecnico di qualcosa. Fatte le valigie per Roma, con Delrio ministro agli Affari regionali, Bonaretti ha seguito il proto rottamatore nella Capitale, assieme a Luisa Gabbi e Maurizio Battini. Fino al trionfale epilogo: quel Delrio pontiere tra Letta e Renzi, gli ha aperto inimmaginabili scenari. La super carica di segretario generale di Palazzo Chigi; roba da avere alle sue dipendenze la bellezza di 4500 burocrati.

Delrio ha “tagliato” le Province; se tanto ci dà tanto, Bonaretti con quel bagaglio di proclami risparmiosi che ne hanno preceduto lo sbarco romano, dovrebbe “asciugare” della grossa quegli uffici stracolmi di impiegati e funzionari.

 

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