Il compromesso storico: il tentativo fallito di una democrazia compiuta

50 anni fa Enrico Berlinguer propose un accordo politico tra il PCI e la DC
Foto LaPresseArchivio storicoPoliticaEnrico BerlinguerAnni ’70Nella foto: Enrico Berlinguer Enrico Berlinguer, 11-06-2014 ricorre il trentennale della morte

Nell’autunno 1973, a poca distanza dal colpo di Stato in Cile, Enrico Berlinguer, da un anno Segretario del PCI, lanciò con tre articoli su Rinascita la proposta del “compromesso storico” ovvero un accordo politico con lo storico avversario, la DC, per debellare i rischi di un colpo di Stato, quindi per sconfiggere la strategia della tensione e il terrorismo che avrebbe funestato gli anni ’70. In realtà anche l’anno prima, nella relazione al XIII Congresso del PCI, nel quale fu eletto Segretario Generale, aveva parlato della necessità di un’intesa fra le tre forze popolari, comunisti, socialisti, cattolici. Ma il riferimento al Cile fu emblematico perché il cruento rovesciamento del governo della sinistra presieduto da Allende lo portò a rilevare che “anche se i partiti e le forze di sinistra riuscissero a raggiungere il 51%dei voti e della rappresentanza parlamentare[…]questo fatto non garantirebbe la sopravvivenza e l’opera di un governo che fosse l’espressione di tale 51 %.”

Berlinguer sostenne, quindi, la necessità di una maggioranza che comprendesse PCI e DC in modo da abolire il c.d. fattore K, la conventio ad excludendum che precludeva al PCI l’ingresso al governo. La proposta si legava anche all’eurocomunismo e quindi alla presa di distanze nei confronti dell’Unione Sovietica.

In un’intervista che ho effettuato alcuni anni fa su StampToscana [i] Susanna Cressati e Simone Siliani hanno rilevato che queste scelte politiche avevano radici profonde, “non erano tweet improvvisati sull’onda di un evento o di una emozione”. In particolare, il “compromesso storico nacque da una complessa elaborazione di fattori internazionali e nazionali”. Cressati e Siliani sottolineavano altresì che il tema dell’unità delle grandi componenti popolari ha sempre avuto, nello sviluppo della lotta politica del PCI, una posizione dominante. Il termine “compromesso” fece discutere perché alcuni lo interpretarono come “cedimento”.

In realtà, l’analogia più corretta è quella con l’atto giuridico in cui due parti assumono reciprocamente degli obblighi. Inoltre, Berlinguer non guardava a un mero accordo tra i vertici dei due maggiori politici italiani ma sollecitava a trovare, nell’ottica di un nuovo modello di sviluppo fondato su efficienza, rigore, giustizia sociale, i punti di convergenza fra la cultura politica cristiano democratica e quella social-comunista. “Che erano profondamente innervate nelle masse popolari italiane”. Non a caso,di fronte a una crisi economica di grandi proporzioni, nel 1975 la sua relazione al XIV congresso del PCI aveva per tema Unita’ del popolo per salvare l’Italia.

Proprio in questo testo ho trovato in nuce i principi che avrebbero ispirato la costituzione de L’Ulivo e del PD. E nel 2007 mi soprese leggere che si discuteva se Berlinguer dovesse o no essere annoverato nel Pantheon del PD[ii].

Tornando agli anni del compromesso storico, la DC lo respinse nettamente (era allora Segretario Amintore Fanfani) ma nelle correnti di sinistra, suscitò interesse (anche se non fu dichiarato esplicitamente) e Aldo Moro varò la strategia dell’attenzione che nell’agosto 1976 avrebbe portato ai governi di solidarietà nazionale: monocolori DC con l’appoggio esterno del PCI che preludevano all’entrata dei comunisti al governo. Un’esperienza bruscamente interrotta dal sequestro e dall’uccisione e di Moro.

Il compromesso storico era stato avversato anche dal PSI che si sentiva stretto da un accordo DC-PCI (preferivano puntare a un’alternativa di sinistra a guida PSI) e da alcuni settori del PCI che puntavano all’unità delle sinistre. E fu vivacemente contestato dall’estrema sinistra. Ricordo alcuni cortei studenteschi nei quali si scandiva lo slogan  “Compagno Berlinguer, te lo dice il Cile, le rivoluzioni si fanno col fucile.”

Fu visto, invece, con interesse da ampi strati del mondo cattolico, specie dopo lo scambio di lettere con il Vescovo d’Ivrea Mons.Bettazzi. In questo carteggio Berlinguer rivendicava l’impegno per un PCI laico e democratico “come tale non teista, non ateista e non antiteista”.  Unendo il carattere democratico dello Stato italiano alla sua laicità, ribadiva che le diverse ispirazioni ideali e culturali avrebbero dovuto trovare terreni comuni di lavoro per operare il risanamento della società e dello Stato.

Alcuni autorevoli esponenti cattolici si candidarono come indipendenti nelle liste del PCI ma soprattutto furono superate remore religiose da parte dell’elettorato che consentirono il balzo in avanti dei comunisti nelle elezioni del 1975 e del 1976.Significativo anche l’atteggiamento di Andreotti che nei primi tempi, intervistato da Oriana Fallaci dichiarò: “secondo me, il compromesso storico è il frutto di una profonda confusione ideologica, culturale, programmatica, storica.”

Ma poi, nel 1976, accettò di guidare il governo di solidarietà nazionale che si resse  sull’astensione dei comunisti e poi quello che nel 1978 vide il PCI entrare nella maggioranza anche se non nel governo.

La figura di Andreotti doveva servire come garanzia nei confronti degli americani e del Vaticano. Ma il suo non fu opportunismo tattico bensì un mutamento della visione politica: nel 1980 spiegò a Giovanni Paolo II[iii] che i comunisti italiani erano diversi dagli altri tant’è vero che avevano accettato la NATO ed erano europeisti. E nel Congresso DC si schierò contro il “preambolo” che chiuse alla collaborazione col PCI. [iv] “Secondo voi – rilevò nel suo intervento – i comunisti non devono essere al governo con noi  non debbono aspirare ad una alternativa di sinistra, non debbono tornare ad essere un partito rivoluzionario: ma che pensate? Forse che decretino di auto-sciogliersi?”. Ma anche sul piano strategico Andreotti aveva capito che la fine dell’intesa con il PCI avrebbe portato a governi nei quali la DC avrebbe dovuto cedere la leadership ai socialisti

Insomma, la proposta berlingueriana del compromesso storico aveva fatto breccia anche in un politico di lungo corso che a suo tempo si era opposto all’apertura ai socialisti. E non fu esente una punta di machiavellismo in quanto aveva messo nel conto che associare i comunisti al governo avrebbe consentito anche di frenare determinate rivendicazioni sindacali.   Poi il sequestro di Moro da parte delle Brigate rosse il 16 marzo 1978 proprio nel giorno in cui si votava la fiducia al governo Andreotti che vedeva entrare il PCI nella maggioranzae l’uccisione del leader democristiano privarono la nuova coalizione di un essenziale punto di riferimento.

Così, nel 1979 il PCI tolse l’appoggio al governo non condividendone l’azione politica. L’anno dopo il XIV Congresso della DC sancì la fine di ogni alleanza con il PCI. Conseguentemente, il 28 novembre 1980 Berlinguer annunciò che si era esaurita la fase del compromesso storico e lanciò quella dell’ “alternativa democratica” fondata sulla ricerca di governi di solidarietà nazionale che escludessero la DC. In realtà, i comunisti tornarono all’opposizione e si aprì una nuova stagione del centro-sinistra, quella craxiana.

[i]   In occasione dell’uscita del loro libro  Berlinguer.Vita trascorsa vita vivente 2016 [ii] https://www.ilgiornale.it/news/berlinguer-pi-amato-nel-pantheon-non-c.html

[iii]  Cfr. A. D’Angelo, Andreotti, la Chiesa e la “solidarietà nazionale” Roma Studium 2020. [iv] Ibidem

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