L’ingaggio di influencer a suon di centinaia di migliaia di dollari per propagandare l’IA; lo svuotamento delle startup degli ingegner informatici più creativi, anche qui a suon di contratti molto ricchi; infine, approfittare al meglio di tanti “evangelizzatori” dell’intelligenza artificiale, veri e propri guru del sistema, che in piena convinzione predicono e magnificano il mondo delle “macchine sapienti”.
È un mix di strategia affabulatoria, che sta caratterizzando l’azione delle principali aziende tecnologiche americane. È chiaro che la promozione divulgativa da parte di esperti e studiosi del settore non va confusa con il marketing. Non lo fanno per soldi, ma per approccio analitico, per studi e per quella fascinazione che l’abilità dell’IA porta indubbiamente con sé. L’ultimo caso è quello di Matt Shumer, imprenditore tecnologico e CEO di OthersideAI, che ha pubblicato sul proprio blog un saggio dal titolo “Something Big Is Happening”. La tesi di Shumer è semplice quanto radicale: stiamo entrando in una fase di trasformazione accelerata dell’intelligenza artificiale, un momento che potrebbe essere paragonabile, per rapidità e impatto sistemico, all’inizio della pandemia di COVID‑19 nel 2020. Il cuore del saggio non è una previsione futuristica, bensì un’osservazione diretta. Shumer racconta la propria esperienza quotidiana con modelli di intelligenza artificiale di nuova generazione, sostenendo che negli ultimi mesi si sia verificato un salto qualitativo inatteso: “Non si trattava solo di eseguire le mie istruzioni – scrive riferendosi a uno degli ultimi modelli testati – Stava prendendo decisioni intelligenti. Aveva qualcosa che per la prima volta sembrava un giudizio”.
Secondo l’autore, la differenza rispetto al passato è nella capacità dei sistemi di portare a termine compiti complessi end‑to‑end, con una supervisione minima. Non solo generazione di testo o codice, ma pianificazione, revisione, correzione autonoma.
Un altro elemento centrale del saggio è l’idea che l’IA stia iniziando a contribuire allo sviluppo di sé stessa. I modelli vengono utilizzati per testare codice, migliorare architetture, ottimizzare dataset. Si crea così un ciclo di auto‑miglioramento che accelera la traiettoria tecnologica. Shumer è particolarmente diretto quando affronta il tema occupazionale: “Se il tuo lavoro consiste principalmente nel leggere, scrivere, analizzare o comunicare davanti a uno schermo – avverte – l’IA sta già iniziando a fare quello che fai tu. E lo farà sempre meglio”. La domanda non è più se l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro intellettuale, ma con quale velocità e con quali conseguenze sociali, economiche e politiche. Shumer sostiene che la differenza non sarà tra chi è sostituibile e chi non lo è, ma tra chi integra l’IA nel proprio flusso di lavoro e chi la ignora. E anche se dice di non fare previsioni, quanto agli effetti, Shumer ipotizza conseguenze repentine: “Questo 2026 potrebbe essere l’anno più importante della tua carriera”, conclude. Il testo ha suscitato reazioni contrastanti. Alcuni lo hanno definito lucido e necessario; altri lo hanno giudicato eccessivamente allarmista. Tuttavia, il consenso su un punto appare crescente: il ritmo di evoluzione dell’intelligenza artificiale nel 2025‑2026 ha sorpreso anche molti addetti ai lavori. Ovviamente il più radicale nelle previsioni è Elon Musk, che prevede l’avvento dell’Intelligenza Artificiale Generale, cioè autonoma (anche se il concetto è più vasto), entro la fine quest’anno.
Giova ricordare che già nel luglio 2023, l’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, aveva dichiarato un rischio futuro per il 27% dei lavori a causa dell’intelligenza artificiale. Ma ci sono previsioni anche più dirette come quelle contenute in un saggio pubblicato dalla rivista “Harvard Business Review Italia”. È opera di tre studiosi che hanno analizzato le previsioni di 570 esperti sul futuro del lavoro nell’era dell’Intelligenza artificiale. Il testo è dell’ottobre 2024 ed è firmato da Nicky Dries. Joost Luyckx e Philip Rogiers. Nicky Dries è professore ordinario di Comportamento organizzativo presso la KU Leuven e la BI Norwegian Business School. Joost Luyckx è professore associato di Business and Society presso la IESEG School of Management e ricercatore presso la KU Leuven. Philip Rogiers è professore assistente di Comportamento organizzativo e teoria organizzativa all’Università Ramon Llull di Esade. Quella che propongono è una vera e propria timeline sui destini del lavoro al tempo dell’IA, così delineata nell’arco del prossimo quarto di secolo:
2026 – Le mansioni vengono parzialmente automatizzate
2029 – Nuove tech creano nuove occupazioni e nuovi salari
2030 – Sempre più occupazioni vengono “aumentate” dall’AI e aiutano le persone a lavorare in modo più attento e produttivo
2033 – Si verificano importanti disastri ecologici
2035 – Le diseguaglianze economiche aumentano fortemente
2037 – Le persone lavorano a fianco di colleghi robot. In numero crescente sono completamente sostituiti dalle tecnologie
2042 – Scoppiano guerre nel /col terzo mondo
2044 – Le “società della sorveglianza” diventano la norma ovunque nel mondo
2046 – L’automazione determina settimane più corte, maggior tempo libero e la rinascita dell’artigianato
2050 – I mercati del lavoro affrontano in tutto il mondo una disoccupazione di massa
2051 – I Governi introducono un salario di base universale
2052 – L’umanità dipende dalle tecnologie per tutto
2053 – Scoperte rivoluzionarie nelle ricerche sulla longevità estendono in maniera formidabile l’arco di vita delle élite tecnocratiche.
La timeline va anche oltre negli anni, ma conviene limitarsi a questa sequenza cronologica, già di per sé sufficiente ad alimentare dubbi sulla effettiva congruità. Sul fatto che nel 2035 le diseguaglianze economiche aumenteranno fortemente si può essere invece certi. Già è accaduto. Piace invece la predizione sul 2046, con le settimane corte e l’aumento del tempo libero.
Tutto questo è pane quotidiano per le intelligenze artificiali, che si alimentano dei contenuti della Rete e contribuiscono ad incrementare il circuito previsionale sull’escalation dell’IA. Un esempio viene da questo piccolo test. Ponendo nel motore di ricerca di Google un tema come questo: “previsioni con date e anni sull’estensione dell’intelligenza artificiale”, la risposta di Google AI Overview inizia così: “Le previsioni sull’estensione dell’intelligenza artificiale (IA) indicano una rapida transizione dall’attuale fase generativa a sistemi più autonomi (“agentic AI”) entro il 2027-2030, con impatti economici significativi entro il 2035”. Se si aprono i link dalle quali l’IA di Google ha dedotto la sintesi, ci si imbatte per esempio in DEV. Si tratta di una piattaforma online per sviluppatori conosciuta come DEV Community che è aperta alla pubblicazione di chiunque. È una sorta di super blog partecipativo. E allora si scopre che le previsioni sul boom nell’IA nel quinquennio 2030-2035 sono tratte da un testo di un certo Alex, di Mumbai, che lo ha pubblicato sul proprio blog personale. Ora, è possibile che Alex sia un grande scienziato analista, un informatico di successo. Ma anche se non lo fosse (digitando nome e cognome, la ricerca non produce alcun risultato), per la logica di approvvigionamento di contenuti dell’IA non cambia granché.
Ecco perché le Big Tech stanno ingaggiando influencer per inondare di contenuti sull’IA l’ecosistema digitale. È la stessa logica della frase di Oscar Wilde: “C’è solo una cosa al mondo peggiore dell’essere oggetto di conversazione, ed è non esserlo affatto.” Per questo i colossi digitali stanno investendo massicciamente nell’ingaggio di influencer, sia umani che virtuali (generati con IA), per promuovere i propri strumenti di intelligenza artificiale. Aziende come Microsoft (per Copilot) e Google (per Gemini) pagano influencer, con cifre che variano dai 5.000 ai 600.000 dollari, per dimostrare l’uso pratico dell’IA nella vita quotidiana su piattaforme come Instagram, YouTube, Facebook e LinkedIn. D’altronde, le aziende dell’IA generativa hanno speso oltre 1 miliardo di dollari in pubblicità digitale negli USA nel 2025, con un aumento del 126% rispetto all’anno precedente. Si tratta di una “costruzione narrativa” per abituare il pubblico all’IA, dimostrandone l’utilità quotidiana attraverso voci familiari.
Parallelamente a questa politica di storytelling, le Big Tech stanno rastrellando nella vasta gamma delle startup le migliori intelligenze umane utili allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Lo ha raccontato il Wall Street Journal in un articolo di Asa Fitch: “L’insaziabile sete di talenti nell’intelligenza artificiale da parte delle Big Tech rischia di uccidere la loro gallina dalle uova d’oro – scrive – Le aziende tecnologiche stanno pagando miliardi di dollari ai ricercatori di IA e utilizzano tattiche non convenzionali per accaparrarsi le menti più brillanti. Le loro mosse potrebbero aiutarle nel breve termine nella battaglia per la supremazia nell’IA, ma potrebbero anche soffocare quel motore di innovazione della Silicon Valley di cui hanno disperatamente bisogno”. Come dire: la creatività informatica trasferita agli ordini di un colosso digitale rischia di trasformare gli sviluppatori più eclettici in impiegati dell’IA. D’altronde è la storia di Internet che ce lo insegna. Nata come la Rete aperta alla condivisione di base e alla genialità diffusa, un oceano libero e bello dove surfare senza condizionamenti, soprattutto a partire dall’avvento dei social Internet si è trasformata in una sorta di federazione di imperi digitali con padroni ricchissimi e potenti, diventati tali a grazie ai nostri dati. E sempre più determinati ad esserlo ancora di più, grazie all’intelligenza artificiale.
In foto Matt Shumer