Henry Kissinger: il culto dell’intelligenza “senza cuore” genera mostri

Ricordo dell’uomo che ha ispirato la politica estera Usa per decenni

Nel gennaio 1997 Henry Kissinger tenne una conferenza alla Bocconi di Milano. Era il momento dell’esplosione di Internet, l’inizio della prima grande rivoluzione digitale. Chi scrive era presente e si ricorda soprattutto di un passaggio del suo intervento: “Un giorno ho chiesto alla mia segretaria di portarmi il materiale documentario relativo a George Shulz. ‘Chi è George Shulz’? Mi chiese. Ma come chi è Shulz: è stato Segretario di Stato con Ronald Reagan, le dissi sorpreso. ‘Non importa, tanto ora guardo su Internet’. Ecco il pericolo: alienare il proprio cervello a una macchina”.

Nella sostanza il racconto era stato questo e a distanza di trent’anni la raccomandazione a porre l’attenzione ai rischi immanenti ai cambiamenti tecnologici non era cambiata. Nel libro uscito pochi mesi fa, scritto con Daniel Huttenlocher e Eric Schmidt dal titolo “L’era dell’intelligenza artificiale”. Il futuro dell’identità umana”, si è messo nella schiera di chi è molto preoccupato sullo sviluppo dell’Intelligenza artificiale, “che non  è governata da principi e concetti morali che la contengano e le diano dei limiti, sicché la sua rivoluzione può assumere pieghe inaspettate e condurre a esiti imprevedibili”, come è scritto nella presentazione del volume.

Turtto ciò è molto coerente con l’evoluzione del pensiero di un uomo che ha avuto una fede senza riserve nella capacità dell’intelligenza umana nel prendere chiara visione di qualunque situazione, nel  calcolare freddamente e oggettivamente benefici e svantaggi alla luce dell’unico inderogabile principio dell’interesse nazionale, prima di prendere qualunque decisione. Il giudizio prevalente nel ricordarlo il giorno della sua morte, avvenuta il 30 novembre nella sua abitazione nel Connecticut all’età di 100 anni, lo definisce cinico al di là di qualunque pragmatismo. Un collega alto diplomatico americano ha recentemente espresso la sua ammirazione per lui, parlando però del fatto che la sua capacità di visione era stata “senza cuore”.

Kissinger, origini bavaresi,  laureato ad Harvard con lode, professore di relazioni internazionali, autore di saggi sulla politica internazionale e le sue strategie nonché sulla leadership (l’ultimo suo libro del 2022 Leadership. Sei lezioni di strategia globale ) ha messo l’ intelligenza e l’eccezionale preparazione scientifica a disposizione di 12 presidenti americani (a partire da presidenza Eisenhower poi Kennedy e Johnson poi  Nixon che lo lanciò definitivamente nell’esecutivo per arrivare fino a Bush che lo mise a capo della commissione d’inchiesta sull’attacco alle Torri gemelle . Così ha potuto gestire o influenzare direttamente la politica della superpotenza americana nei durissimi anni ‘70 e metterci comunque lo zampino anche in nei decenni successivi.  

A suo merito si attribuiscono l’apertura del dialogo alla Cina, l’avvio della politica della distensione nei rapporti Est-Ovest, la fine della guerra del Kippur con la pace fra Egitto e Israele (molto interessante il capitolo che ha dedicato ad Anwar El Sadat nel libro Leadership), la fine della guerra in Vietnam, le sue visioni geostrategiche che hanno contribuito a mantenere l’equilibrio mondiale come nella guerra delle Falkland.

Tuttavia la fiducia incondizionata per l’intelligenza “senza cuore” è stata all’origine di tragedie umane, di effetti “collaterali” (parola di agghiacciante neutralità), come i massacri compiuti dalle dittature cilena e argentina sostenute da Washington (decine di migliaia di oppositori reali o potenziali uccisi) o le centinaia di migliaia di cambogiani e di bengalesi morti sotto bombardamenti che non avevano giustificazioni, una dimostrazione di forza per mantenere  un assetto ormai insostenibile. Per questo due dei membri del comitato del Nobel si dimisero quando fu deciso di assegnargli il premio per la Pace per aver posto fine della guerra in Vietnam.

Per tanti anni perciò fu come un Faust contemporaneo spinto dalla conoscenza e dall’intelligenza a mettere da parte l’aspetto etico della prassi diplomatica: tutto deve rientrare nello schema di interpretazione nel quale crede ciecamente e del quale alla fine rimane prigioniero. Nell’ultima intervista qualche mese fa all’Economist spiegò che la sua missione era quella di evitare a tutti i costi una guerra mondiale fra Usa e Urss, di non voler rivivere l’esperienza della seconda guerra mondiale e del calvario della sua famiglia di origini ebraiche. Potrebbe essere una forma di “idealismo” , afferma il settimanale britannico. Ma l’assenza della considerazione della variabile uomo nelle scelte porta alla catastrofe. L’interesse nazionale di una grande democrazia è anche quello di mantenere la sua autorevolezza morale per proporsi legittimamente come guida e punto di riferimento per gli altri.

Il suo giudizio sui pericoli dell’intelligenza artificiale e il richiamo alla necessità di minimizzarli con regole chiare e riconosciute nasce forse anche da un ripensamento negli anni di una senilità sempre vigile e feconda. Il culto dell’intelligenza pura, quella dei dati e dei fatti, dunque meglio meccanica, così non si rischiano i difetti e le imperfezioni del “fattore umano”, assomiglia troppo a quello che cinquant’anni fa lo ha guidato.  

In foto Henry Kissinger 

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