Trump invita chi gli pare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York. Al presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas, meglio conosciuto con la kunya di Abu Mazen, è stato negato il visto d’ingresso negli USA. Intanto, al Palazzo di Vetro si tenta di mettere una pezza alla decisione di rifiuto dell’amministrazione statunitense, consentendo all’erede di Arafat di partecipare da remoto, come già avvenuto nel 2025.
Il Dipartimento di Stato americano, in una nota ufficiale rilasciata alla stampa, ha reso noto di aver trasmesso al Congresso le ragioni del provvedimento. Ovvero, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e l’Autorità Nazionale Palestinese non avrebbero “ancora una volta” rispettato gli impegni previsti dal Commitments Compliance Act del 1989 e dal Middle East Peace Commitments Act del 2002. “Come conseguenza delle mancate riforme, contrariamente agli impegni verso gli Stati Uniti, e delle attività in corso che minano le prospettive di pace, gli Stati Uniti estenderanno le sanzioni nei visti ai membri dell’OLP e dell’ANP”. Alla base della ritorsione di Washington ci sono gli sforzi diplomatici palestinesi nelle istituzioni internazionali: aver appoggiato la denuncia contro Israele alla Corte Penale Internazionale e alla Corte Internazionale di Giustizia; aver tentato di ottenere il riconoscimento in modo unilaterale invece di perseguire negoziati; continuare ad avere un atteggiamento ambivalente nei confronti del terrorismo. Accuse citate espressamente dal “ministero” per gli affari esteri a stelle e strisce.
Così, per il secondo anno consecutivo l’ONU è chiamato ad affrontare il problema della partecipazione palestinese al massimo organo rappresentativo e deliberativo del proprio sistema. Il 19 settembre 2025 gli stati membri adottarono il documento 80/1 per consentire al leader di Fatah di trasmettere il suo discorso con un messaggio preregistrato, e ai rappresentanti della Palestina di partecipare tramite videoconferenza ai lavori dell’Assemblea. Nel testo della risoluzione veniva espressa preoccupazione per la mancata ottemperanza dell’accordo tra le Nazioni Unite e gli Stati Uniti d’America sulla partecipazione alle riunioni dell’Assemblea Generale. Oltre al rammarico era richiesta, con troppo ottimismo, la revoca del provvedimento ai danni di Abu Mazen. Inoltre, la risoluzione chiariva al paragrafo primo che tale misura aveva il carattere di esclusività ed eccezionalità, esplicitando che non doveva stabilire un precedente per futuri interventi di alto livello. La delibera ottenne 145 voti a favore, cinque contrari e sei astenuti. Tra i contrari ovviamente ci furono USA ed Israele. Sul piano geopolitico sarà interessante capire se l’esito numerico verrà confermato anche quest’anno oppure, se il fronte pro Ramallah ha nel frattempo perso qualche pezzo per strada. Cambiamenti di rotta internazionale che potrebbero riguardare specificatamente i paesi del Sudamerica, molti dei quali sono oggi maggiormente disciplinati alla linea (filo israeliana) di Trump. Ancora una volta la scelta scientifica della Casa Bianca è nella forma una sfida politica e politicizzata con l’obiettivo di minare le fondamenta dell’ONU, a partire dal principio di partecipazione paritaria per tutti i paesi membri. Un braccio di ferro destinato a durare e ripetersi, con i palestinesi nel mezzo.
Chi invece potrà godersi lo skyline della Grande Mela, anche se per breve tempo, è il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Arrivo previsto il 23 settembre e partenza 48 ore dopo, rientrando in tempo per celebrare la festività ebraica di Sukkot. Mercoledì quando da noi saranno le 20 è previsto il suo intervento, con proteste attese dentro e fuori il Palazzo. Livello di sicurezza massimo. Poco ma sicuro che Bibi non stringerà la mano al sindaco di New York. Mamdani aveva promesso che avrebbe ordinato l’arresto del primo ministro appena messo piede nella sua città, in conformità con il mandato emesso contro Netanyahu dalla Corte Penale Internazionale. Per poi prendere atto che non rientrava nei suoi poteri. Tuttavia, il sindaco ha voluto far sapere che pur “non avendo l’autorità legale indipendente per far rispettare il mandato dell’Aia Netanyahu non è il benvenuto a New York City”. Ma NYC non è Washington, dove ad attenderlo a braccia aperte c’è l’amico di sempre, Trump.
Alfredo De Girolamo Enrico Catassi