Goodbye Lenin: ne resta un solo busto. Indovinate dove?

Solo in Italia le ruspe non ancora hanno fatto piazza pulita
KA85CK Moscow, Russia. 22nd Sep, 2017. Busts of Soviet leaders are unveiled in the Avenue of Rulers near the Museum of Military Uniform of the Russian Military Historical Society. Credit: Artyom Korotayev/TASS/Alamy Live News

D’altronde (scusate l’incipit come di un discorso mai interrotto che viene da lontano), i professori Orsini e compagnia cantante hanno infestato i media per settimane dopo lo scoppio del conflitto, o meglio l’inizio dei bombardamenti russi sull’Ucraina. Sventolando le “ragioni” di Putin, la gloria del sovietismo (e pure un poco la banalità del liberalismo economico e conseguente capitalismo) e perché no, pure l’attualità del comunismo in chiave di una più equa redistribuzione delle risorse. Contro ogni logica, ogni afflato positivista, ogni moto razionale o di semplice buon senso storico. Con gran attizzamento dei putiniani da tastiera in quella cloaca maxima che per convenzione i massmediologici definiscono social. Prima di far ritorno in quell’oblio che li aveva generati.

Intanto un’impietosa ruspa ha recentemente decollato dal suolo il penultimo busto di Lenin ancorato sul pianeta terra al di fuori della grande madre Russia. Il ghigno del sinistro figuro è stato deposto in solaio anche nella cittadina di Kotka (dove era stato vandalizzato spesso e volentieri non tanto dagli agit prop della culture cancel ma da cittadini dalla memoria ancora attiva), in Finlandia, nazione invasa dai soviet nel lontano ’39 ed in cui Lenin aveva passato parte del suo esilio prima della Rivoluzione del ’17. Deposto ordunque una delle statue superstiti, ne resta solo una a far brutta mostra di sé in questo disastrato mondo.

E sapete dove? Ma naturalmente in quell’Emilia (ex) rossa e (semper) ridens, eterno serbatoio per la sopravvivenza elettorale del raggruppamento di centro-sinistra di turno e ancor più esattamente in quella Cavriago, provincia di Reggio Emilia, un tempo comune che forniva risultati bulgari ai bei tempi del Pci. Ancor oggi il nostalgico busto attira melanconici bolscevichi in numero irrisorio ma fieri di sventagliare vessilli e bandiere con falce e martello ed è oggetto di rievocazioni annuali che sarebbero ormai degne di approfondimento clinico per sospette ritualità necrofile. Eppure non è solo o tanto questione di folklore passatista. Il solitario garrire del busto leninista, risottolineiamo unico esempio sulla Terra, tradisce la cospicua presenza, in termini di peso politico ancor più che di unità, di immarcescibili frange di quel “pensiero”. “Teste” che, a differenza delle statue, non si possono asportare così facilmente grazie al risolutivo gesto di un muletto liberatorio.

Il “caso Reggio Emilia” è emblematico della continua, ed oggi a Pd annichilito riattualissima, ricerca di identità a sinistra. Unica città italiana in cui, per motivi di equilibrismo tra le diverse sensibilità di maggioranza, non sia stato possibile, nel corso delle manifestazioni per la pace post bestialità putiniane, proiettare su un pubblico edificio i colori della bandiera dello Stato invaso e dunque vittima, nonostante la retorica resistenziale esibita in ogni circostanza. Dove i post di un nutrito gruppetto di pezzi importanti dell’intellighenzia locale (e delle istituzioni) fino a ieri esibivano con orgoglio la loro equidistanza tra Putin e Zelensky, il loro “neneismo” (come l’abbiamo chiamato sulla testata 7per24), “perché in Ucraina decidono tutto nazisti e americani”, tradendo in realtà piuttosto chiaramente su quale fronte spererebbero spirasse il vento della vittoria. Dove anche di recente un circolo Arci ha fatto esibire una banda dichiaratamente filobierrina ed il presidente organizzatore è stato a lungo e tranquillamente al proprio posto ad impartire lezioni di vita nonostante le indagini. Ancora, dove sull’ex Casa Cantoniera a guardia del ponte di San Pellegrino all’ingresso della città, oggi appannaggio di animatori di un centro sociale, campeggia uno striscione solidale con Assange ma vigliacco se qualcuno si sia degnato in questi mesi di testimoniare un briciolo di solidarietà col popolo ucraino massacrato. Dove ogni 11 settembre esponenti di istituti storici ricordano il ’73 cileno e Salvador Allende ma fan finta che le Twin Towers non siano mai esistite. Dove si fan mostre fotografiche su donne afghane ed iraniane ma al contempo si presenta come fenomenale opportunità lo sbarco dell’imprenditoria cinese ai massimi livelli (facendo finta di niente sulle leggere differenze di sistema economico), la stessa Cina grande sponsor di ayatollah e talebani.

Insomma, la perenne persistenza di una “doppia morale”, quando non della sua “inversione” (della morale), come l’ha definita Ezio Mauro, l’incapacità, anche per motivi biologici degli ultimi esponenti della “rivoluzione tradita”, di aggiornare il mappamondo e contestualizzare il risiko geografico dell’antifascismo. Una rantumaglia ideologica che si oppone come un macigno sulla strada della formazione di una moderna socialdemocrazia in grado di interpretare le esigenze del presente per aver fatto i conti col (proprio) passato.

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