Ho conosciuto Giovanna Ichino molti anni fa a Roma nelle stanze del CSM, quando mi invitò a tenere un corso di formazione per i magistrati. Anche allora, come del resto ha fatto per tutta la sua vita, si occupava della formazione dei colleghi. A quel tempo non c’era la Scuola Superiore della Magistratura e della formazione dei colleghi si occupava la famosa Nona Commissione del CSM, composta sempre da magistrati di primissimo piano.
La formazione culturale e professionale dei magistrati era affidata all’iniziativa, alla cultura e alla capacità di pochi colleghi illuminati, come Giuliana Civinini, Carlo Verardi, Elvio Fassone, Margherita Cassano e, appunto, Giovanna Ichino. Non era un caso che Giovanna si occupasse di formazione. Avrei capito in seguito che Giovanna si occupava con incredibile competenza di tutto ciò che era essenziale per la giustizia e per i giudici. La guidava un intuito che le permetteva di tralasciare le cose superflue per puntare solo all’essenziale. Credo che nessuno di noi colleghi sia davvero in grado di elencare tutti gli ambiti in cui Giovanna si è impegnata nel corso della sua vita operosa. Era difficile seguirla in tutte le sue iniziative e perfino esserne al corrente, perché Giovanna era riservata e discreta e parlava delle sue iniziative solo se questo poteva giovare ad altri.
Oltre al suo lavoro quotidiano aveva mille impegni diversi, che riusciva miracolosamente a riportare tutti nell’ambito della giustizia. Era una giurista preparatissima, ma non era la tecnica giuridica che le importava. Badava piuttosto alle ricadute di ogni giorno dell’azione dei giudici. Ho conosciuto pochi colleghi che, come Giovanna, fossero capaci di mettere al centro del processo l’imputato. Era sensibile, certo, agli interessi e alla sofferenza delle parti offese, ma l’imputato era per lei prima di tutto un uomo in attesa del suo giudizio.

E’ difficile descrivere come la Giovanna sapesse essere severa e, nello stesso tempo, piena di solidarietà umana con chi aveva violato la legge. Credo che fosse questo suo tratto ad incantare molti di noi e a renderla così popolare tra i magistrati e le persone che avevano modo di incontrarla. I nostri incontri per molto tempo non sono stati frequenti. Lei faceva il giudice a Milano, io a Firenze ed eravamo entrambi pieni di impegni. Ma lei a Firenze e in Toscana veniva spesso, aveva rapporti forti e numerosi amici.
Capitava così di vederci, anche se raramente. Ma Giovanna appena vedeva un amico faceva festa e subito ti avvolgeva con quella complicità semplice e affettuosa che la rendeva unica. E sentivi che la sua simpatia era autentica e che i rapporti con lei non sarebbero stati mai formali. Poi, nel 2012 cominciò l’avventura della Scuola della Magistratura. Pochi giudici, come Giovanna, potevano vantare un diritto di primogenitura per la sua passata attività di formazione. Eppoi ormai era popolarissima e stimata da tutti. Fu, dunque, nominata in quel primo gruppo di direzione della scuola che sarebbe stato presieduto da Valerio Onida.
Arrivai a far parte della prima Direzione della Scuola con qualche mese di ritardo per via di una nomina molto contrastata. In quelle settimane Giovanna non faceva che telefonarmi con una sollecitudine commovente, incoraggiandomi a insistere per poter lavorare insieme. Quando fui finalmente nominato, ebbe inizio un lungo periodo di entusiasmante lavoro di ricerca e di realizzazioni concrete che vide Giovanna lavorare con la voglia e la lena di una ragazzina. Incontri, iniziative, interviste, stesura di documenti sui più vari argomenti: impossibile fermare Giovanna in questo lavoro pionieristico di affermazione della prima Scuola della Magistratura.
Sotto la guida di Valerio Onida, illuminata, energica e creativa, molti di noi e Giovanna soprattutto, si impegnarono a rinnovare le linee guida della formazione dei giudici: meno tecnica giuridica (ma abbastanza, comunque) e più cultura, più apertura sulla società e sui suoi problemi. Naturalmente le difficoltà non mancarono. C’era da vincere l’ostruzionismo, se non l’aperta contrarietà del CSM, che si sentiva ancora ‘privato’ del compito di formare i magistrati. E c’era da vincere soprattutto l’avversione della parte più retriva della magistratura e della politica. E qui si è visto con chiarezza cosa abbia rappresentato Giovanna Ichino per la giustizia del nostro paese.
Quando i contrasti si fecero più duri e apparentemente insuperabili, e alcuni di noi apparivano stanchi, ecco arrivavano le telefonate di Giovanna, la sua incredibile capacità di lavoro, la solidarietà e la capacità di spronare gli indecisi, la fantasia e l’originalità delle sue intuizioni. Dinanzi ai contrasti Giovanna non perdeva il suo ottimismo: non alzava mai la voce, conservava quel suo sorriso indulgente, che nello stesso tempo faceva intendere che le sue convinzioni erano solide e che non le avrebbe abbandonate facilmente. La sua capacità di dialogare era infinita, anche con coloro che avevano posizioni opposte o difficilmente conciliabili.
Giovanna non si dava arie da progressista o di sinistra. La sua cultura e la sua gentilezza la tenevano lontano dal rude scontro ideologico e da ogni intolleranza. Ma la sua capacità di vedere lontano, la straordinaria padronanza dei meccanismi della formazione per i magistrati la conducevano inevitabilmente verso il nuovo e verso il rinnovamento della giustizia e della cultura giuridica. Ci siamo visti non molte settimane fa su uno schermo on line, lei a Milano ed io a Firenze, entrambi impegnati nei lavori del Comitato Regionale per le Pari Opportunità. Perché Giovanna, già ammalata e sofferente, continuava ad occuparsi di tutto ciò che poteva servire agli altri e, particolarmente, della violenza di genere e di quello che poteva servire a formare una nuova cultura del rapporto tra i sessi, in famiglia e nella società. Continueremo ad occuparcene, come certo lei vorrebbe. Ma, senza di lei, non sapremo bene come fare.
In foto in alto la Scuola Superiore della Magistratura a Castelpulci – Scandicci (Firenze).
In basso Giovanna Ichino