Armi e Finanza, Fond. Banca Etica: “Mettere in campo la forza dei risparmiatori”

Il direttore Siliani: “Occorrono trasparenza e informazione”

Banche “armate”, finanza “di armi”, affari di piombo … sono tanti i modi dire che portano alla sempre più forte relazione fra business, banche, finanza ed armi. Relazioni in cui un buon posto se lo guadagna la politica, con leggi più o meno favorevoli agli intrecci, spesso ambigui e poco trasparenti, fra business, denaro e potere. L’Italia, in questo contesto, rischia di vedere svuotata una delle norme più avanzate presenti in Europa per quanto riguarda la trasparenza del settore, vale a dire la legge 185/90. Sul punto, abbiamo raggiunto il direttore della Fondazione Banca Etica Simone Siliani cui abbiamo rivolto alcune domande.

Partendo dalle forti resistenze e dalle infuocate polemiche che ha sollevato l’intenzione da parte governativa di modificare la legge 185/90, che disciplina il settore, qual è realmente il significato della legge in questione?

“La legge 185/90 nasce come frutto della mobilitazione di tutti gli anni ’80 che andava nel senso di una riduzione del commercio degli armamenti e del disarmo come principio generale. Nello specifico, la l.185/90 non impedisce il commercio delle armi, ma lo regola, sottoponendolo da un lato alle strategie di politica estera dell’Italia che, ricordo, è illuminata dall’art. 11 della Costituzione, che non solo indica che “l’Italia ripudia la guerra come strumento per la soluzione delle controversie internazionali”, ma aggiunge che l’Italia cede parte della propria sovranità in favore della Pace, a soggetti internazionali. E’ ovvio pensare alle Nazioni Unite. Dentro questa logica, la legge dice che non si possono esportare armi a Paesi citati in una casistica, fra i cui casi i più importanti sono Paesi che si trovano in conflitto, fuori da quelle fattispecie previste dall’art. 51 delle Nazioni Unite (che ad esempio esercitino il diritto di difesa) e a Paesi in cui si trovino in pericolo o lesi i diritti umani. tirando le fila, in questi anni la l.185/90 ha visto sia risultati positivi sia delle disapplicazioni, magari parziali. Risultati positivi, perché la legge ha posto il tema del commercio degli armamenti all’interno di una cornice di trasparenza, per cui ad esempio il governo è obbligato a presentare una relazione annuale al Parlamento, molto dettagliata, circa l’applicazione della legge; vale a dire, quanto abbiamo esportato, a chi, con quali risorse, quali sono state le istituzioni finanziarie che hanno sostenuto le operazioni, ecc. Si tratta di un unicum in Europa e probabilmente nel mondo”.

La legge 185/90 quindi ci pone un passo avanti rispetto alla trasparenza che c’è nel mondo in questo settore?

“Non solo. Di fatto, la legge assume anche il senso di uno strumento di controllo in mano al Parlamento, funzione di controllo centrale in un assetto democratico. Quindi, quando le modifiche della legge provenienti dal governo sono tutte finalizzate a ridurre questi spazi di trasparenza, ovviamente emergono le preoccupazioni. Per fare un esempio, nelle modifiche non si fa più riferimento all’elenco delle cosiddette “banche armate” ovvero quegli istituti che finanziano le esportazioni di armi. Senza entrare troppo nel dettaglio, continua a rimanere l’obbligo per le banche di trasferire le informazioni sulle operazioni finanziarie dell’esportazione degli armamenti al Mef, di cui devono avere l’autorizzazione, ma queste informazioni non sono più trasferite dal governo al Parlamento e all’opinione pubblica attraverso la relazione annuale. Inoltre, per quanto riguarda le modifiche, noi, associazioni, altri soggetti della società civile abbiamo richiesto che si faccia almeno riferimento al Trattato internazionale delle Nazioni Unite, scritto, approvato ed entrato in vigore dopo la legge 185/90, e che è per molti aspetti influenzato dalla 185, uno dei cui cardini è proprio quello della trasparenza. Richiesta non presa in considerazione dal governo, nonostante la ratifica del trattato sia passata all’unanimità del Parlamento nel 2014, con l’esplicitazione che la legge 185, in Italia, funzionava in qualche modo come legge di recepimento”.

Il problema è dunque l’opacità che sta calando sulla legge?

“Sta calando un velo sulla legge, per renderla meno operativa. D’altra parte, il ministro Crosetto ha detto più volte che le banche etiche sono un problema, intendendo con banche etiche non quelle riconosciute come tali dall’ordinamento legislativo e quindi la fattispecie prevista dall’ordinamento come “banca etica”, ma tutte quelle che semplicemente scelgono di non finanziare il commercio degli armamenti. E’ questo il vero vulnus che emerge”.

In tutto ciò, c’è ancora un convitato di pietra, ovvero la politica: sono il suo ruolo e soprattutto le scelte che vengono prese a entrare in gioco?

“Nell’attuale legge, ci sono degli organismi posti fra i diversi ministeri, l’Uama, che autorizza o meno ogni trasferimento di armi ai vari Paesi esteri secondo i dettami della legge. Questo ufficio viene smantellato e viene tutto riferito ad una sorta di concerto fra una serie di ministeri . Tutto questo sposta verso la politica le scelte sulle esportazioni, in una fase come questa in cui siamo immersi in una fase di riarmo e di sudditanza della politica alle industrie degli armamenti, in Italia e anche nel mondo. Non c’è nessuna industria che sia assistita dallo Stato come questa. L’esempio dell’Italia è illuminante; se prendiamo la maggiore impresa del settore, Leonardo, che ormai per l’83% del suo fatturato produce armi, che è di fatto il governo, in quanto lo Stato ne possiede il 30,4% , per cui ne è proprietario (peraltro gode anche di una golden share), ed è proprietario a tutti gli effetti. Questa azienda vende allo Stato. dunque, lo Stato , per la precisione il Ministero della Difesa, ne è proprietario e in assoluto maggior cliente. Ma dal momento che Leonardo va a cercare anche fette di mercato all’estero, chi è che regolamenta il mercato di questa azienda? Lo stato., con il Ministero degli Esteri. Si tratta dunque di un settore, in Italia ancora più evidentemente perché c’è la partecipazione dello Stato, ma anche in tutto il mondo, assolutamente assistito. Non basta: i Paesi stanno spingendo per ottenere un’assistenza ancora più forte rispetto al settore degli armamenti, con il pungolo dell’aumento della percentuale di Pil dedicato al settore degli armamenti, su cui si sta dibattendo ora”.

In che senso si parla del forte legame con la finanza?

“Tutti i settori produttivi hanno bisogno della finanza per sopravvivere e svilupparsi. E non si tratta solo di un utilizzo della finanza per i trasferimenti, ovvero per il commercio estero; in questo caso si tratta di imprese, dalla più grande alla più piccola, che necessitano della finanza continuamente, ovvero delle grandi banche ma anche di quelle cosiddette minori, del territorio. L’embargo governativo fu prodotto proprio ai sensi della l. 185/90. Si tratta di un’industria che, poiché dipende in grandissima parte da commesse pubbliche, ha continuamente bisogno di finanza, sotto forma di anticipi di cassa, mutui, prestiti, e spesso è un’industria molto finanziarizzata, che opera sui mercati ed è quotata in borsa. Peraltro, grazie alle guerre, questo settore ha avuto un apprezzamento sui mercati impressionante: basti pensare che le azioni di Leonardo hanno avuto un apprezzamento di più del 100% sul mercato finanziario”.

Temo che questo faccia giustizia di ogni principio etico …

“Ciò tuttavia non vuol dire che non sia possibile fare finanza in altro modo. Non solo perché ci sono banche (è il caso di Banca Etica) che escludono totalmente per statuto le armi dalla propria operatività, di qualunque tipo. Ma ci sono anche banche più “normali” che si sono date forme di regolamentazione, come Biper, che ha una policy pubblica che si può trovare sul loro sito, che, fra le varie cose, si autoimpone di commerciare o finanziare operazioni di armi soltanto al l’interno dei Paesi Nato , e, anche all’interno dei Paesi Nato, esclude la Turchia per ragioni di diritti umani. Quindi è possibile fare, non solo piccole o medie banche, o come ad esempio tutte le banche del gruppo BCC,, ma anche banche di grandi dimensioni si può dare delle regole. Lo Stato italiano ha autorizzato nel 2023 per la prima volta transazioni di armi verso l’Azerbaigian. L’Azerbaigian ha appena concluso una guerra contro l’Armenia, ed è una guerra di aggressione. come è concepibile questa vicenda? diciamo che ci sono banche che pur nella loro disponibilità a finanziare gli armamenti, fanno scelte di policy e regole. tornando sulla questione dell’impiego del 2% del Pil per gli armamenti, mi premeva di ricordare una cosa. a Crosetto e a tutto il governo: l’aumento fino al 2%del Pil per gli armamenti si finanzia con fondi pubblici. Quindi, aumenta la spesa militare fino al 2%. Ora, può piacere o no, ma nella nostra Costituzione l’art. 81 stabilisce l’obbligo dell’equilibrio di bilancio. perciò, se si aumenta di diverse centinaia di miliardi (il 2% del Pil significa una somma intorno ai 200 miliardi di euro pubblici, significa che si deve riequilibrare il bilancio prendendo da un’altra parte. Come si fa? O si aumentano le tasse, o si taglia su altre spese. Questo non lo dico io, ma lo dice Moody’s, che pochi giorni fa ha stilato un rapporto in cui si lancia un allarme: questa spesa militare aggiuntiva può portare a un aumento del debito pubblico, che passerebbe dal 143% si passi al 147% in Italia, ma al di là di questo , si dice che, per rendere sostenibile l’operazione, è necessario o prendere le risorse da un’altra parte o aumentare le tasse. Siamo sicuri, chiedo, che sia questo quello di cui ha bisogno l’Italia?”.

Possiamo dire che in tutto questo giochi un ruolo molto importante l’informazione corretta su ciò che sta accadendo?

“Sì e no, nel senso che queste decisioni vengono prese dal governo in perfetta solitudine, ovvero sono scelte che non devono passare dal Parlamento. E’ una questione che non riguarda solo il governo attuale di centrodestra, perché l’episodio della vendita di armi all’Arabia Saudita, che poi furono utilizzate nello Yemen, avvenne col governo Renzi in carica. Da un lato, dunque, è un’attività meramente dell’esecutivo. Dall’altro lato, è vero che l’informazione ha un ruolo importante. quando esce la relazione del governo al Parlamento ogni anno sulla legge 185, vi si ritrova una grande massa di informazioni, spesso difficili da leggere (il Rapporto consta di circa 2mila pagine) però tutti gli anni la Rete Pace e Disarmo per esempio fa un’operazione di riassunto e chiarimento di quella relazione. E’ cioè un lavoro a favore della società civile, per fare in modo che i cittadini sappiano. Perché non conquista mai i media più accreditati ? Certamente il problema esiste, anche se è vero che spesso anche il Parlamento non si adopra da questo punto di vista. La legge dice che la relazione viene trasmessa dal governo al Parlamento, che la discute. Invece, non viene mai discussa ; a volte vine trasmessa alle Commissioni ma gli stessi parlamentari delle commissioni, salvo alcuni più preparati o interessati, non ne parlano. quando siamo andati in audizione alle commissioni esteri e difesa delle Camere unificate, l’impressione non era quella di una grande comprensione. Alla fine, l’opposizione ha presentato una pletora di emendamenti. Forse, sarebbe più utile ciò che faceva una volt il Pci, che concordava con la maggioranza un emendamento significativo che potesse incidere, e avesse la possibilità di essere approvato. Per esempio, un emendamento che richiamasse il Trattato, su cui la Destra avrebbe trovato qualche difficoltà, dal momento che il Trattato fu votato anche con i voti della Destra”.

Infine, per quanto riguarda l’obiezione che se si regolamentasse in modo molto severo il settore degli armamenti militari , si taglierebbero le gambe all’occupazione e alla produzione di ricchezza utile per la comunità economica del Paese?

“Circa questo, ci sono due obiezioni: intanto, che è un settore a bassissima intensità di occupazione: alti profitti, pochissimo lavoro: in Italia sono in tutto 80mila lavoratori del settore. In secondo luogo, ci sono dei rischi, sia nell’avere imprese tutte spostate sul settore militare, sia avere finanza che finanzia il settore degli armamenti. Mi spiego: oramai Leonardo ha l’83% di produzione nel settore militare. fino a sei anni fa, era intorno al 56%. Quando un”impresa si specializza troppo in un unico settore, in genere viene osservata perché, se quel settore per qualunque motivo entra in crisi, l’azienda entra in crisi. Leonardo, per arrivare all’83%, ha dismesso completamente alcuni settori, come quello dei trasporti (in ambito ferroviario) e in altri settori in cui c’era molta ricerca, sviluppo, tecnologia. Se scoppia la pace, e può essere, prova ne sia i 70 anni di pace in Europa, per ricostituire quel settore produttivo, necessitano tanti investimenti e tanto tempo. Nel frattempo, l’azienda entra verticalmente in crisi. Banca Etica mette in atto l’azionariato critico verso queste aziende, Leonardo, Fincantieri, Rheinmetall ovvero si hanno poche azioni di queste aziende e andiamo in assemblea incalzando l’Ad . Questo è un tema importante per la cessione di un’azienda, che, quando è iper specializzata, è sottoposta alle crisi di mercato. Anche quando è finanziarizzata. Qualche settimana fa per esempio, tutte le aziende del settore hanno avuto un rovescio in borsa, perdendo fra il 3 e il 4%, che è tantissimo. Questo perché una ricerca di Goldman Sachs ha previsto che questo super ciclo di crescita del settore , anche in ambito finanziario, sta arrivando al suo culmine. dopo, c’è la discesa. Quindi, dal punto di vista finanziario , la situazione è rischiosissima, dal momento che, se il valore delle azioni è aumentato del 100%, e si comincia a perdere, può verificarsi la fuga degli azionisti, o comunque il valore delle azioni, diventa inevitabilmente minore, con le perdite connesse. Quindi, come è evidente, investire troppo in questo settore , può essere rischioso, anche dal punto di vista reputazionale, oltre che finanziario. Di nuovo, il caso di RWM, che vende all’Arabia Saudita migliaia di bombe, ma, ,quando arriva il governo che gli fa un embargo, le perdite sono arrivate a 425 milioni di euro, assorbiti grazie al fatto che sono dentro la Rheinmetall, tedesca, la più grande azienda europea del settore. E’ conveniente quindi avere una minore esposizione a questo settore, non solo è possibile. Troviamo un maggior equilibrio sia dal punto di vista finanziario (le banche) che delle imprese. Nell’elenco delle banche che finanziano il commercio del settore, fra le maggiori aziende italiane che finanziano questo settore, abbiamo Unicredit con un miliardo e 282 milioni, Deutsche Bank che lavora in Italia con 766 milioni e Intesa San Paolo con 729 milioni. Quanti risparmiatori sanno cosa la propria banca finanzia? Pochissimi. In questo senso è importante l’informazione, perché consente una scelta consapevole. Mi potrebbe anche star bene, che la mia banca finanzi le armi. lo so, ed è una mia libera scelta. Ma se come succede nella stragrande maggioranza dei casi, non lo so, non ho la possibilità di scegliere liberamente. Ecco perché la 185/90 è importante: perché consente di far sapere, da parte delle banche, ai propri risparmiatori, dove vanno a finire i loro soldi, quelli dei risparmiatori”.

Cosa potrebbe contrapporsi a questo business?

“Abbiamo costruito un progetto a proposito della consapevolezza del risparmiatore, che si trova sul sito della Fondazione, “Dividendi di Pace”. Serve a fornire gli strumenti alle persone, sindacati, enti religiosi, enti del terzo settore, per conoscere e per capire se i propri risparmi o patrimoni vanno inconsapevolmente a finanziare il settore delle armi. Se gli strumenti per la verifica danno esito positivo, nel senso che in effetti risulta che la banca finanzia il business degli armamenti, i risparmiatori hanno a disposizione uno strumento formativo per attuare un disinvestimento. E’ una questione di scelta consapevole, non solo di pacifismo a oltranza”.

L’ultima considerazione riguarda i grandi investitori che determinano, nel gioco delle scommesse finanziarie , queste scelte . Soggetti potentissimi, che sembra quasi impossibile contrastare. Ma potrebbe esserci secondo lei qualche speranza per la gente comune di intervenire nel gioco?

“Senz’altro i grandi soggetti investitori hanno una grande importanza. Tuttavia continuo a pensare alla guerra in Iraq, quando si disse che la più grande potenza mondiale erano le persone che scendevano nelle piazze , singoli individui che diventarono una potenza, impedendo tra l’altro all’America di Obama di intervenire militarmente. La stessa forza, se non di più, ce l’hanno i risparmiatori, perché se si mette insieme i risparmi di gran parte delle persone, che se guardiamo i sondaggi in Italia sono enormemente superiori a quelle che appoggiano la guerra, avrebbero un potere che cambierebbe i rapporti di forza”.

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