Europa e lavoro, Damiano: “Allargare la contrattazione”

“Il ruolo dello Stato non solo nell’emergenza, ma anche nella progettualità”

Le politiche del rigore non sono efficaci per gestire le sfide del cambiamento. E’ con questa citazione dal documento presentato al convegno “Lavoro e welfare per unire i cittadini e rafforzare l’Europa” che Cesare Damiano, presidente dell’associazione Lavoro e Welfare, decide di iniziare il suo intervento. L’incontro è stato organizzato la settimana scorsa dalla Fondazione Rosselli di Roma, promosso dalla Direzione Generale Educazione, Ricerca, e Istituti culturali del Ministero della Cultura.

“Si potrebbe stare delle ore a commentare questa frase – prosegue Damiano – sappiamo che l’Europa, in particolare in questi ultimi tempi, sia stata attraversata da correnti di pensiero che opponevano il rigore, soprattutto dei Paesi del Nord, al tentativo, prevalso poi nell’emergenza, dei Paesi più mediterranei di giocare la carta dell’espansione, della crescita e dell’investimento, anche quando questi Paesi hanno un debito pubblico importante come l’Italia”.

“In secondo luogo – dice Damiano riferendosi sempre al documento – mi pare sia importante la sottolineatura sul mercato del lavoro, che soffre di tanti mali e offre il destro per chiarire un punto: il governo fa la sua parte, non perde occasione per spiegare come i dati freddi, nudi, statistici dell’Istat in particolare, evidenzino che non abbiamo mai avuto così tante persone al lavoro; 23 milioni e 700mila, mettendo insieme lavoro dipendente e autonomo, pubblico e privato. Non abbiamo mai avuto un tasso di occupazione così alto da quando abbiamo la rilevazione di questi dati, dai lontani anni ’70: il 61,9% circa. Un tasso di occupazione da record”.

Tuttavia, il dato preso a sé fa record, ma non spiega ciò che si cela dietro questi numeri, “perché purtroppo dietro ai dati non c’è la qualità del lavoro. I fenomeni persistenti di precarietà del lavoro da un lato, di sotto-salario dall’altro sono perfettamente noti. In più, sempre con riferimento al documento, c’è oggi nel mercato del lavoro lo scarto fra domanda e offerta di competenze”. Un fenomeno, dice Damiano, che interroga il mondo della scuola, dell’Università e il mondo dell’impresa, dal momento che questo mancato aggancio produce costi sociali ed economici estremamente rilevanti.

Altro punto fondamentale del documento, sottolinea Damiano, è il seguente: “L’Europa affidi il suo futuro a leader visionari e non ad amministratori”. Un punto che, secondo Damiano, ha a che fare con la crisi attuale della politica. “Mancano i leader, mancano gli statisti, mancano i leader visionari. E mancano a livello globale”. Il vero punto di rottura, secondo quanto spiega Damiano, è il cambiamento avvenuto nelle modalità e nella natura dei partiti. Il rapporto col territorio era fisico, reale, con discussioni e confronti fra la base e fra i partiti stessi, dal Pci al Psi alla Dc. “Certamente la tecnica ci consente di fare a distanza cose che non sempre si fanno in presenza, ma come sempre, anche in questa transizione, digitalizzazione, uso dell’intelligenza artificiale, la domanda di fondo è se è la tecnologia che guida l’uomo o se è l’uomo che governa la tecnologia. il mix fra presenza e distanza è fondamentale.

“Credo sia necessario, dunque, tornare alla visione del mondo. Una volta si chiamava ideologia. In seguito è prevalsa un’ideologia, a partire dagli anni ’80, che ha dichiarato che erano finite le ideologie. ma era essa stessa un’ideologia”. E, aggiunge Damiano, “le ideologie servono, Non come i 10 comandamenti consegnati a Mosè sul Sinai, ma come un contenitore di valori in evoluzione , rivolti all’evoluzione della società. Non dei dogmi che vengono calati dall’alto, ma contenitori di esperienza, sapienza, di visione, di spirito, di coscienza, di dedicarsi alla comunità, che è stato frantumato soprattutto dall’avvento di una finanza predatoria che ha messo in un canto non solo il tessuto sociale, ma lo stesso tessuto produttivo dei Paesi industrialmente avanzati”.

Tant’è vero che la disanima che riguarda cosa sia avvenuto a livello europeo sul fronte del lavoro, lascia una profonda scia di inquietudine. “Possiamo dire che l’Europa non è stata ferma. Ma quando s’è mossa, quest’Europa pur debole politicamente e che deve essere, politicamente, resa più forte? Quando si è trovata di fronte a un’emergenza, come quella della pandemia – ricorda Damiano – sicuramente il Sure, nel 2020, è stata un’ìmportante scelta (100 miliardi) che ha sostenuto le economie dei Paesi che avevano più difficoltà. Si parla di 31 milioni di lavoratori dipendenti autonomi assistiti, mentre in Italia con la cassa integrazione Covid abbiamo salvato circa 500mila posti di lavoro”.

Dal Sure si arriva al NextGeneration Eu e poi al Pnrr, 800 miliardi, il più grande “pacchetto” per la ripartenza economica dopo l’emergenza. “L’Europa si è mossa – continua Damiano – ma si è mossa sotto la spinta dell’emergenza, altra cosa è muoversi dentro una logica di progetto”.

Cosa fare? “Innanzitutto, allargare la sfera della contrattazione – sottolinea Damiano – non è il salario minimo che risolve il problema, ma può aiutare a risolvere il problema. Ma la strada maestra è quella della contrattazione. La contrattazione , i contratti nazionali hanno i loro avversari, prevalentemente, soffiata da destra, la teoria del contratto di prossimità, derogato rispetto a leggi e contratti nazionali, su misura, azienda per azienda; secondo me, è un errore concettuale, perché in un tempo di sotto-salario e di crescita di una parte di lavoro ancora precarizzato, abbiamo bisogno, attraverso il rinnovo dei contratti nazionali, di avere quelle tutele universali che rappresentano mondi del lavoro che hanno bisogno di stare al passo con l’evoluzione e anche con i fattori che si producono sulla scena economica (basti pensare all’inflazione)”.

“Il governo ha in animo di muoversi verso la detassazione della tredicesima – continua Damiano – bene, io direi anche alla detassazione quando i contratti si rinnovano alla loro scadenza contrattuale. Abbiamo contratti, al di là del settore manifatturiero, che alle scadenze di tre-quattro anni oppongono scadenze di sette-otto anni. Il che vuol dire programmare la perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni; vuol dire rendere strutturale e non congiunturale il cuneo fiscale, un’ottima misura del governo Draghi, recepita dal governo attuale; sul salario minimo, cominciamo a fare qualcosa: ci sono interi comparti che non hanno un contratto collettivo nazionale di lavoro; in questi casi ci vuole il salario minimo”.

Ecco dunque da dove cominciare, secondo Cesare Damiano. “Sappiamo che ad ora i lavoratori delle piattaforme in Europa sono 28 milioni, e fra due anni potrebbero essere 40 milioni – continua – e non sempre hanno un contratto di lavoro. Diamo intanto a questi lavoratori un salario minimo, in attesa di avere un contratto di lavoro. Fissiamo i salari con legge inderogabile, in modo che venga superato il famoso art.8 del governo Berlusconi che consente di derogare nei minimi contrattuali verso il basso. Fissiamo i salari per legge ciò che già esiste, andando lentamente a recuperare le differenze verso quei nove euro lordi orari che pur essendo simbolica (nadsce nel 2018, riconfermata dopo due anni sempre uguale, sono passati 20 punti di inflazione.

Per quanto riguarda il welfare, c’è un impatto delle transizioni, a cominciare da quella digitale, che non garantisce il perdurare di un sistema che è stato costruito e pensato in tempi diversi. “Dobbiamo ad oggi fare i conti con le guerre – ricorda Damiano – con l’allungarsi della speranza di vita, con il gelo demografico, con l’immigrazione, che se diventa un elemento da governare con ostilità anziché con l’integrazione non ci aiuterà a sanare il nostro deficit demografico, con la bassa crescita, Senza dimenticare l’impatto della digitalizzazione, quello dell’Intelligenza Artificiale”.

A proposito di quest’ultimo tema, emerge anche un altro dato importante, ovvero, dice Damiano, che “i detentori di questa tecnologia si chiamano Stati Uniti e Cina. Noi facciamo gli arbitri, e qualcuno ha detto che di solito, quando si gioca una partita, l’arbitro non vince mai. Perciò, bisogna che l’Europa, forse, da arbitro divenga protagonista. In altre parole, se non investiamo risorse sull’AI, subiremo le scelte di altri e possiamo fare tutti i regolamenti di questo mondo, ma saranno, come suol dirsi, acqua fresca, se non deteniamo una quota significativa di queste tecnologie”.

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