Esclusiva FT: delegazione nucleare iran in Russia, ombre su tecnologie a duplice uso

Sospetti degli esperti su ricerche con possibili applicazioni militari

A distanza di oltre un anno, emergono nuovi dettagli su un viaggio che potrebbe avere implicazioni cruciali per la sicurezza globale e la proliferazione nucleare. Il Financial Times ha ottenuto documenti riservati e testimonianze che svelano la visita di una delegazione iraniana in Russia nell’agosto 2024. Tra i partecipanti, spiccava Ali Kalvand, fisico nucleare e consulente di lungo corso, accompagnato da un gruppo ristretto legato a un’entità nota agli analisti di intelligence: l’SPND, l’Organizzazione per l’Innovazione e la Ricerca Difensiva, considerata da Washington il diretto successore del programma iraniano per lo sviluppo di armi nucleari sospeso nel 2003.

La delegazione è arrivata a Mosca con passaporti diplomatici emessi appositamente per la missione, e ha visitato istituti russi attivi nella produzione di tecnologie a duplice uso — ambiti scientifici che, pur essendo applicabili in campo civile, possono essere facilmente riconvertiti per scopi militari. Alcuni di questi centri si occupano di fisica dei materiali, radiografia ad alta energia e diagnostica esplosiva, tecnologie fondamentali nei programmi di simulazione per ordigni nucleari.

In particolare, l’interesse espresso da Kalvand per l’acquisto di isotopi come il trizio ha riacceso i riflettori sul reale stato dell’apparato nucleare iraniano. Il trizio è un isotopo radioattivo dell’idrogeno, difficilmente reperibile sul mercato, impiegato nei dispositivi di fissione potenziata: inserito in una testata, aumenta significativamente l’efficienza e la potenza dell’esplosione. È inoltre un materiale sottoposto a rigide restrizioni internazionali poiché può essere impiegato anche in testate termonucleari.

Fonti ufficiali iraniane hanno rifiutato di commentare l’episodio, mentre la Russia — ufficialmente contraria a un Iran dotato di armi atomiche — non ha risposto alle richieste del FT. Ma per gli esperti, il caso si inserisce in un modello di ambiguità strategica con cui Teheran mantiene aperta la porta all’opzione nucleare senza violare esplicitamente le regole internazionali.

“Queste attività riducono i tempi necessari per passare dalla ricerca alla costruzione effettiva di un ordigno,” afferma David Albright, esperto del programma nucleare iraniano e presidente dell’Institute for Science and International Security. “Consentono alla leadership di negare l’esistenza di un programma bellico, pur accumulando conoscenze critiche.”

La missione è stata pianificata nei minimi dettagli: già a maggio 2024 Kalvand ricevette un invito ufficiale da Oleg Maslennikov, scienziato russo ottantenne, e trasmise i documenti dei partecipanti con largo anticipo. Le indagini del FT confermano che almeno due membri del gruppo avevano ruoli attivi all’interno dell’SPND, un’unità ripetutamente sanzionata da Stati Uniti e ONU per attività connesse allo sviluppo di armi non convenzionali.

Sebbene non facesse parte della delegazione del 2024, il nome di Mohsen Fakhrizadeh viene citato nel reportage del Financial Times come figura chiave per comprendere il contesto dell’indagine. Fakhrizadeh, fisico iraniano ucciso nel 2020 in un attentato attribuito a Israele, è descritto dal governo statunitense come il principale artefice del programma nucleare militare iraniano prima del 2003 (“Piano Amad”) e fondatore, nel 2011, dell’SPND, l’unità di ricerca militare oggi al centro dell’attenzione. La sua figura viene richiamata anche da fonti iraniane, come l’ex direttore dell’Agenzia per l’Energia Atomica Fereydoon Abbasi-Davani, che in un’intervista del 2021 affermò che Fakhrizadeh aveva rafforzato l’SPND proprio per garantirne la continuità. Oggi, secondo Washington, quell’organizzazione — pur presentandosi come impegnata in progetti di “difesa moderna” — resta coinvolta in ricerche legate ad armi nucleari, chimiche e biologiche.

Secondo documenti visionati dal FT, l’SPND opera oggi con una struttura distribuita, facendo affidamento su società di consulenza, laboratori universitari e piccoli contractor civili per evitare il tracciamento diretto da parte delle agenzie di controllo. Kalvand, ad esempio, opera formalmente come consulente indipendente con sede a Teheran, ma le comunicazioni riservate con il Ministero della Difesa iraniano dimostrano il suo coinvolgimento in attività governative sensibili.

Per Pranay Vaddi, ex consigliere per la non proliferazione del Consiglio di Sicurezza Nazionale USA, “è preoccupante che personalità di questo tipo possano incontrare istituti russi nel contesto attuale dei rapporti tra Mosca e Teheran”. Anche Ian Stewart, esperto del James Martin Center for Nonproliferation Studies, sottolinea che “sebbene possano esistere spiegazioni tecniche innocue, il quadro complessivo suggerisce il tentativo dell’Iran di preservare il know-how militare nucleare attraverso collaborazioni indirette.”

L’indagine, pur non rappresentando una prova definitiva di un programma atomico riattivato, alimenta i sospetti degli analisti internazionali. In un contesto geopolitico già teso, la cooperazione tecnico-scientifica tra Iran e Russia su progetti sensibili accende nuovi allarmi in Occidente, sollevando interrogativi sulle reali intenzioni del regime iraniano e sulla disponibilità russa a fornire, direttamente o indirettamente, supporto alle sue ambizioni nucleari.

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