Enzo Bianchi: il rinnovamento parte dal dialogo con il mondo

La morte del fondatore della Fraternità di Bose

Alla fine ha vinto il Vangelo. Non ha molto senso legare il verbo vincere ai Vangeli, ma è difficile trovarne un altro per quella mail che fratel Enzo, sofferente da tempo e quasi privo della vista, il 6 agosto scorso, festa della Trasfigurazione, giorno centrale nella vita sua e della Fraternità da lui fondata, inviò al Priore di Bose, della sua Bose non più sua, per chiedere “un incontro di riconciliazione e di pace” ricevendone subito una risposta piena di disponibilità. Perché Bose già l’aveva cercato e voluto.

Le condizioni che si aggravano e il ricovero in ospedale impediranno quell’incontro, ma la corsa  umana e cristiana di Enzo Bianchi ha trovato al traguardo, assieme e prima dell’abbraccio del Padre, quello pacificante di sorelle e fratelli nel nome del Vangelo.

Una corsa iniziata più di sessant’anni prima, nella Torino degli Agnelli e degli operai migrati di ogni parte d’Italia, inquieta e piena di aspettative: è lì che il ragazzo di CastelBoglione ha immaginato un mondo nuovo per il suo futuro. Gli studi di ragioneria e di economia, certo, un tentativo di impegno politico, ma prima la ricerca di un modo autentico di vivere il Cristianesimo: le visite a Taizé da frère Roger, a GrandChamp in Svizzera, dalle Trappiste di Tamié in Savoia (una dimensione, quella del vagabondo dello Spirito, che continuerà a coltivare per tutta la vita, dal Monte Athos all’Egitto all’Africa) e soprattutto il Concilio e il vento di rinnovamento che lo ha portato a vivere in una piccola comunità a Torino e poi a cercare sulla Serra di Ivrea un nuovo inizio: una vita di  solitudine e lavoro, la preghiera nel silenzio delle colline, la cascina di mettere a posto e nuovi compagni di spiritualità e di fede, come Daniel Attinger, pastore riformato e teologo.

Via via, altre donne e altri uomini, cristiani di confessioni diverse, scelgono la sequela di Gesù di Nazaret e la tradizione dei grandi monaci delle origini: comunità di silenzi raccolti, di studio e cura rigorosa della Parola di Dio e della Liturgia, di comunione preghiera e lavoro, aperta all’accoglienza e all’ospitalità. La Regola comunitaria nasce a fine anni Sessanta anche con l’aiuto della Comunità Riformata di GrandChamp. Ma l’autonomia dal Vescovo locale e dal Dicastero vaticano per i religiosi è sempre stata caparbiamente rivendicata

Così Enzo, l’autodidatta che non ha frequentato seminari e facoltà di filosofia e teologia, senza chiedere permessi e benedizioni, laico fiero della sua laicità, diventa leader naturale e consapevole di una fraternità creativa e feconda. Merito suo e forza della Grazia, naturalmente. Ma restano incomprensibili,  cinquanta a passa anni dopo, lentezze dubbi perplessità su laiche e laici che non hanno meno voglia di lui di spendersi oggi per il Vangelo e la Chiesa.

Mentre Bose, in anni che ancora non conoscevano i social e gli influencer, le piattaforme di comunicazione e nemmeno i 160 caratteri di SMS, diventa luogo di incontro e dialogo, ricerca e formazione per giovani e adulti, scout e aclisti, credenti e non credenti, appassionati o dubbiosi. Un posto benedetto dalla natura e accudito da mani sapienti che alimenta il circolo virtuoso nel leggere e meditare le Scritture, tradurre letture e salmi per la meditazione quotidiana, pubblicare libri, incontrare  monaci presbiteri vescovi e patriarchi di ogni confessione cristiana, e poi giornalisti, filosofi, sociologi, opinion maker, psicoanalisti. Da luogo di meditazione diventa luogo di annuncio e dialogo per una società sempre più spaesata e ansiosa, travolta dall’accelerazione impressionante della globalizzazione e dagli interrogativi posti dalla secolarizzazione.

Il cardinal Ravasi, raffinato biblista e teologo, ricordando l’antica amicizia ha riconosciuto in fratel Enzo la sapienza di unire il tempio e la piazza: vero, purché si ricordi che il Tempio per Enzo era la Parola del Dio Vivente, la memoria della Cena e la comunione nella fraternità. E la Piazza non è il mercato o l’Agorà dei greci, ma il mondo con “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono”: è a quel mondo che volle parlare con linguaggio diretto e poco clericale nell’instancabile attività di scrittore e saggista, invitato a convegni e dibattiti.  

Troppa urgenza di aprire la chiesa al vento dello Spirito e il mondo all’ascolto della Parola? O Troppo protagonismo nel carosello che travolge l’Italia dei Festival: della Filosofia, della Scienza, della Letteratura, della Spiritualità?

Finché i suoi monaci, soprattutto i più giovani, da lui educati alla franchezza – la famosa parresìa evangelica – di cui era maestro ed esempio, chiesero il ritorno alla dimensione di silenzio e raccoglimento tipica della scelta monastica, perché ritenevano troppo forte il rischio che Bose si trasformasse in un crocevia di incontri ed eventi di grande rilievo mediatico ma dispersivi per la fraternità.

Non si capirono, e tanto meno capirono le tifoserie che scattano immediatamente in questi casi. Non ho accesso alle segrete stanze del potere ecclesiastico per avvalorare dicerie e sospetti. Sono convinto che il tempo abbia dato ragione a sorelle e fratelli che continuano a seguire la Regola degli inizi e la missione della testimonianza e dell’accoglienza per meditare e pregare. E temo che possa aver giocato la sindrome del padre fondatore che fatica a dare spazio e autonomia a chi cresce mentre le sue forze e la sua lucidità diminuiscono. Vale sempre il monito di Gesù a Pietro, nientemeno: “quando sarai anziano tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”.

Lo strappo fu devastante, l’amarezza e la delusione anche maggiori in una personalità di enorme energia e sensibilità come quella di Enzo Bianchi.

Poi le parole del Vangelo di Luca che ricordano la Trasfigurazione saranno tornate alla sua memoria: Gesù nella gloria di Mosè ed Elia, della Legge e dei Profeti, non può illudere i discepoli che basti annunciare il Regno e piantare tre tende in attesa che si realizzi. Viene il momento di “indurire il volto”, accettare lo scacco, persino la perdita di ruolo, persino la morte nell’amata e perduta Gerusalemme, perché “le mie vie non sono le vostre vie, i miei pensieri non sono i vostri pensieri”.

Riconciliazione e pace, offerta e ricevuta, anche per Enzo è stato il Testamento. L’antico e il nuovo, quello di sempre.

Foto: Vatican News

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