Elezioni Israele: sale l’onda dell’ex generale Eisenkot, centrista di destra

Una sfida senza regole e Netanjahu gli nega la scorta

In Israele, cresce l’onda cavalcata da Gadi Eisenkot, che nelle elezioni di ottobre si abbatterà su Netanyahu, con l’obiettivo di spazzarlo via. È il cambiamento alla porta, ma non chiamatela rivoluzione, e tantomeno provate a considerarla una prospettiva di sinistra per il paese. Eisenkot incarna la destra centrista: più soft rispetto alle pazze geometrie di re Bibi, aperta a sinistra (quella sionista) e meno condiscendente con gli estremismi nazional-religiosi, con un occhio di riguardo ai valori di laicità nella società (e nell’esercito) ed ai principi “morali”, negli incarichi pubblici. 

Anche se ideologicamente è assai distante dal semplice concetto di diritto ad una futura terra per i vicini, sa bene che è un tema sensibile nell’area moderata dell’opinione pubblica, sul quale non vuole scoprirsi: “sotto il governo che formeremo, non ci sarà alcuno Stato palestinese”. Amen. In un Paese polarizzato dalla figura di Netanyahu l’ex generale ha saputo presentarsi come credibile novità. Hanno inciso: il lutto per la morte del figlio e di due nipoti, caduti durante l’ultimo conflitto, e l’accusa urlata in faccia a Netanyahu di essere il responsabile della tragedia del 7 ottobre. In conversazioni “private” avrebbe lasciato chiaramente intendere che se non ottenesse la maggioranza dei seggi alla Knesset (61 è il numero necessario) cercherebbe di formare un governo di minoranza, piuttosto che permettere al falco del Likud di indire un ritorno anticipato alle urne.

In poche parole, ad oggi, non chiederà nulla ai partiti arabi, che non sia un aiuto esterno, favore che non implica, a suo vedere, il dovere di intavolare una stabile alleanza di governo: “Possono appoggiarmi, astenersi o non partecipare. Sono affari loro”. Il suo movimento Yashar (Dritto!) viaggia da settimane stabilmente in testa ai sondaggi. Ha staccato il Likud e preso un ampio margine di vantaggio sull’altro contendente alla guida del campo anti-Bibi, Naftali Bennett. Di Eisenkot sappiamo che ha origini marocchine. Nato a Tiberiade, sul lago, e cresciuto ad Eilat, sul mare. Pupillo di Ehud Barak (capo di Stato Maggiore generale, il soldato più decorato nella storia di Israele e poi primo ministro). Medagliato da Netanyahu.

Considerato un abile stratega militare, e a questo punto da lanciare nella sfida politica. 66 anni, ex capo di Stato Maggiore dell’esercito, ha comandato l’ossatura dell’IDF, la brigata di fanteria Golani. Ha combattuto su tutti i fronti caldi, dal Libano a Gaza e in Cisgiordania. Passato a pie pari dal fronte di guerra alla Knesset, ora marcia spedito verso Balfour Street. È l’ennesimo ufficiale di alto rango a tuffarsi nell’arena politica. Dopo una breve esperienza al fianco di Benny Gantz in “Unità Nazionale”, nel 2025 ha fatto le valigie dimettendosi da parlamentare. Operazione che ha comportato il travaso di gran parte della base del commilitone. Ha impostato una campagna elettorale volta a cercare i voti nel bacino del Likud, solo che come scrive Dahlia Scheindlin su Haaretz: “Nessuno sa ripetere le citazioni di Netanyahu meglio di Netanyahu. Perché Eisenkot avrebbe dovuto commettere un errore da principiante? O crede davvero in un futuro di perenne incertezza riguardo ai palestinesi, oppure i suoi consiglieri pensavano che dovesse superare quella che gli strateghi chiamano la soglia di rassicurazione: l’assenza di uno Stato palestinese. Sbagliato! Strategicamente, non avrebbe nemmeno dovuto giocare al tavolo di Netanyahu”.

Bibi in queste ore si è premurato di avvisare che se Gadi Eisenkot dovesse salire al potere: “qui si instaurerebbe un regime fascista di sinistra… Non potrete parlare, non potrete andare ai concerti, dovrete essere tutti uguali, bloccheranno internet, chiuderanno Canale 14, e così via”. Insomma, aspettatevi i flagelli divini dell’apocalisse se dovesse vincere lui. La sfida al trono di Gerusalemme non ha regole, almeno per Netanyahu. Tutto, ma proprio tutto, è strumentale propaganda da sfoderare. Persino la recente decisione di non concedere la scorta al candidato Eisenkot genera dibattito: “la minaccia fisica nei suoi confronti cresce di giorno in giorno”. Affermano i suoi. Mentre, il capo dello Shin Bet, David Zini, ha confermato che non sussistono le condizioni per assegnare la sicurezza, ma “se dovesse succedere qualcosa”, può sempre chiamare la sala operativa.

Voci – non proprio da bar – commentano che la scorta a Eisenkot sarebbe stata negata perchè altrimenti avrebbe prodotto nell’opinione pubblica un effetto da leader. A prescindere da quanto ci sia di vero o di teoria complottista nella notizia, in una nazione che si prende cura di proteggere e lasciare mano libera alla violenza di coloni terroristi ai danni dei palestinesi non possiamo che fare mente locale a quanto avvenuto a Rabin. In particolare, se pensiamo che il comitato di sicurezza dei servizi segreti è presieduto da Netanyahu e Itamar Ben-Gvir. 

Alfredo De Girolamo Enrico Catassi 

In foto: Gadi Eisenkot

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