Elezioni Israele, alle primarie del Likud Netanyahu sbaraglia gli avversari

Resta l’ideale coalizione puntellata da nazionalisti vetero fascisti e religiosi ortodossi

Israele. Benjamin Netanyahu ha commentato con soddisfazione l’esito delle primarie del Likud, ringraziando per la “rinnovata” fiducia coloro che “hanno scelto in base al buon senso e non ad accordi”, sottobanco. Se cercava la conferma plateale a signore incontrastato della destra c’è ampiamente riuscito. La diatriba, tuttavia, non è morta definitivamente, rimandata a dopo il voto delle legislative. Ma con i numeri a suo favore il margine di spessore della rivolta interna è minimo, controllabile numericamente, difficile quindi che si trasformi in un terremoto politico.

Intanto, le primarie svolte con una bassa affluenza, ferme al 53,5% ovvero 4,25% punti in meno rispetto alle precedenti, hanno certificato che questo partito è l’immagine, e la natura, di Bibi. Tra accuse di brogli, investigatori privati ai seggi, incidenti di manomissione dei manifesti, alterazioni di voto, ed elettori non assimilabili al Likud provenienti dalla comunità haredim, i circa 70mila votanti, ben sotto i 90mila che sono andati al seggio per definire la lista della sinistra sionista, hanno incasellato nelle prime 10 posizioni solo ministri o personalità vicini al leader. Fedelissimi. Devoti. Vengono invece puniti dalla spietata vendetta di Netanyahu “disertori, contestatori e complottisti”.

Messo in ombra quello che avrebbe dovuto essere il suo potenziale rivale, il velleitario Nir Barkat, appena sedicesimo. In un angolo il troppo pungente David Bitan, è finito quattordicesimo. Male anche la scatenata Tally Gotliv, che rappresenta la visione più estremista del Likud, solo al 12° posto. Tranne quest’ultima per gli altri due c’è il rischio di essere in bilico se il partito dovesse attestarsi a meno di 22 seggi ad ottobre. Nella presentazione della lista finale adesso andranno inseriti i nomi riservati ai candidati scelti personalmente da re Netanyahu, ultima coltellata inferta mortalmente ai nemici. Una stoccata di fioretto, magistrale. Hanno provato a sfidarlo con l’arma del processo democratico e del consenso, svegliandosi scottati. Politicamente bruciati. Trattati da appestati proprio dentro il movimento dove per anni hanno svolto ruoli di alto profilo. Ma dove o si è ammessi a corte, o non c’è spazio. L’ideale coalizione di Bibi è preservata, puntellata da nazionalisti vetero fascisti e religiosi ortodossi a fare da spalla. Accozzaglia che ha saputo reggere le recenti “intemperie”, e che almeno la parvenza è screditata al pubblico. 

Si legge nell’editoriale dello storico quotidiano Jerusalem Post: “Begin chiamò il suo movimento Herut (Libertà). La libertà di parlare, quella di dissentire e di sfidare l’autorità senza essere etichettati come sleali…A ottobre, il partito chediscende da quel movimento potrebbe trovarsi con meno deputati in Knesset – e forse, in un’ultima ironia, seduto proprio nell’opposizione che Begin difese con tanta passione come indispensabile per la democrazia”. 

C’era una volta il Likud liberista di Menachem Begin, che traeva le radici dal nazionalismo di Herut. Fondato sulla convinzione che la democrazia in Israele dipendesse dal principio di libertà del dissenso, d’allora dominante cultura socialdemocratica eretta da David Ben Gurion. La destra era minoranza nel paese ed opposizione nella Knesset. Oggi è maggioranza e guida il governo. Begin a fine anni ’70 diventerà il primo premier conservatore nella storia di Israele.

Altri tempi ed altre figure. Aperte al dibattito, tolleranti con le correnti interne, rispettosi delle critiche, che pretendevano lealtà agli ideali del partito e non quella incondizionata al leader. Meccanismo che Netanyahu in quasi trent’anni di potere assoluto ha completamente cancellato, volutamente ribaltato. Introducendo una cultura in cui la lealtà non è più simbolica. Obbedienza incondizionata. Insomma, roba da far rivoltare nella tomba Begin. 

Alfredo De Girolamo Enrico Catassi

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