Donne, Lombardo (PD): “Un diritto non si conquista una volta per tutte”

La condizione è che ci siano condizioni materiali per vivere libere
Stefania Lombardo

Quasi non passa giorno senza che si verifichino nuovi episodi della orribile sequenza di femminicidi, stupri e violenze che pare infinito e attestano il perdurare di una “cultura” nella quale le donne sono considerate una proprietà degli uomini. Uno dei temi cruciali affrontati   nell’ambito della Festa del PD metropolitano di Firenze che ha dedicato ampio spazio alle donne, alle problematiche di genere.  

Ne abbiamo parlato con Stefania Lombardo Portavoce della “Conferenza Donne Democratiche”  di Firenze metropolitana che con  Roberta Mori Portavoce Nazionale,  ha costruito insieme le iniziative e  condiviso le riflessioni che seguono.

Come far cessare i femminicidi e le violenze sulle donne? Come estirpare questa erba velenosa?

“Dobbiamo partire da una premessa importante, ovvero che la violenza maschile sulle donne non è un’emergenza. È un fenomeno strutturale. E a un fenomeno strutturale non si risponde soltanto aumentando le pene dopo che la violenza è avvenuta. Serve prevenzione. Serve educazione alle relazioni, all’affettività, al rispetto, al consenso. Bisogna insegnare fin dalla scuola a riconoscere le emozioni, ad accettare un rifiuto, a comprendere che amare non significa possedere e che controllare non significa proteggere. Ma la cultura, da sola, non basta. Servono centri antiviolenza solidi e adeguatamente finanziati, case rifugio, autonomia economica per chi vuole uscire dalla violenza, operatori e forze dell’ordine formati, protezione tempestiva e istituzioni capaci di riconoscere il rischio prima che sia troppo tardi. E dobbiamo lavorare con gli uomini. Il cambiamento non può essere affidato ancora una volta soltanto alle donne. Occorre mettere in discussione un modello di maschilità che può trasformare il rifiuto, la separazione o la perdita in umiliazione, controllo e possesso. Un femminicidio non comincia con l’ultimo gesto. Comincia molto prima, dentro una cultura che fatica ancora a riconoscere fino in fondo la libertà di una donna. È lì che dobbiamo intervenire”.

Roberta Mori aggiunge: “Nel ringraziare le conferenze territoriali delle donne democratiche della Toscana, che hanno curato la trasmissione dell’eredità delle costituenti con approfondimenti nei luoghi della politica, bisogna riconoscere che ottant’anni fa le donne conquistando il voto, cambiarono la democrazia italiana. Oggi il nostro compito è fare in modo che quella cittadinanza diventi libertà concreta nel lavoro, nella cura, nei corpi, nelle scelte, nella rappresentanza. Perché i diritti non vivono nelle celebrazioni, ma nelle condizioni materiali che consentono a ciascuna di essere davvero libera. È questa la sfida del femminismo democratico e contemporaneo: non chiedere alle donne di trovare posto nel mondo così com’è, ma contribuire a cambiarlo per tutte e per tutti.”

“Quando assistiamo a questi fatti criminali, sul momento,  prende  la nostalgia per i “bei tempi andati” . Ma a fugarla basta pensare che questo atteggiamento possessorio viene proprio da un passato intriso di costrizioni, discriminazioni, pregiudizi e soprattutto da un atteggiamento possessorio nei confronti delle donne . E i soprusi erano un “sommerso” non si vedevano perché non erano denunciati”. 

Ebbene, alla festa dell’ Unità di Fiesole si è parlato anche di varie altre problematiche e di un’ un’importante iniziativa delle donne del PD: di cosa si tratta?    

“Quest’anno la Festa de l’Unità di Fiesole, nell’ambito della Festa del PD metropolitano di Firenze, ha dedicato ampio spazio alle donne, alle problematiche di genere e ha dato voce  alle proposte delle Donne Democratiche. Sono stati due giorni nei quali abbiamo deciso, come Conferenza, di proporre alcuni dei temi sui quali stiamo lavorando. Partendo dagli ottant’anni dal voto delle donne, ci siamo interrogate sul passato, sul presente e sul futuro insieme a relatrici e relatori di grande spessore. Non abbiamo voluto soltanto celebrare una conquista storica, ma ci siamo chieste quanta strada abbiano fatto le donne in questi ottant’anni, quali libertà siano diventate reali e quali, invece, restino ancora soltanto promesse”.

La prima tavola rotonda aveva per titolo “Lavorare senza sparire”. In che senso?

“Lavorare senza sparire” racconta una condizione molto concreta, quella di milioni di donne che continuano a pagare il prezzo della sproporzione del lavoro di cura, con particolare riferimento alla situazione in cui si trova la cosiddetta “generazione sandwich”. Ci si ritrova, spesso dopo i quarant’anni, con figli non ancora adolescenti e genitori anziani di cui prendersi cura. Quando mancano servizi adeguati, questo lavoro ricade soprattutto sulle donne. I dati parlano chiaro: dopo il primo figlio molte donne chiedono il part-time; dopo il secondo, una percentuale significativa lascia il lavoro. Le conseguenze si chiamano divario salariale di genere, pensioni più basse e lavoro di cura non riconosciuto. “Lavorare senza sparire” significa poter essere madri, figlie, persone che si prendono cura degli altri senza per questo scomparire dal lavoro, dal reddito, dall’autonomia e dalla vita pubblica. È una questione di libertà, ma anche di giustizia sociale e di sviluppo del Paese”.

Quali altri diritti sono ancora da conquistare?

“La prima consapevolezza è che nessun diritto è conquistato una volta per tutte. Pensarlo significa sottovalutare la fragilità delle democrazie e la possibilità che conquiste considerate irreversibili vengano progressivamente svuotate. Il nostro orizzonte resta quello indicato dall’articolo 3 della Costituzione: non soltanto proclamare l’uguaglianza, ma rimuovere gli ostacoli che impediscono di viverla davvero. Significa parità salariale, congedi paritari obbligatori, servizi educativi e di cura accessibili, autonomia economica. Significa soprattutto costruire un welfare strutturale, universale, che restituisca diritti invece di distribuire bonus occasionali. E non è una guerra tra donne e uomini. La semplificazione del linguaggio e la banalizzazione populista possono portare le persone a pensare che il femminismo sia il contrario del maschilismo. Il femminismo vuole migliorare le condizioni materiali della società tutta. Non vuole rovesciare una gerarchia, vuole cancellarla. Perché anche gli uomini hanno bisogno di liberarsi da modelli che li hanno educati al potere, alla prestazione, all’invulnerabilità e al controllo. È anche per questo che dobbiamo guardare con attenzione ai fenomeni della cosiddetta maschiosfera, dove frustrazione e disagio vengono talvolta trasformati in rancore verso le donne. Quando l’uguaglianza viene descritta come una minaccia, il passaggio dalla misoginia a una cultura più generale dell’autoritarismo può diventare molto breve. La libertà delle donne, dunque, non sottrae libertà agli uomini: rende più libera e più democratica l’intera società”.

A ottant’anni dal diritto di voto alle donne, cosa ci dice ancora la nostra Costituzione^

“Ci dice, innanzitutto, quanto possa essere potente la presenza delle donne nei luoghi in cui si scrivono le regole della convivenza. Le Madri Costituenti furono soltanto ventuno, ma riuscirono, attraverso un’azione politica tenace e spesso trasversale, a inserire nella Costituzione parole che hanno cambiato il destino delle generazioni successive: uguaglianza, pari dignità, famiglia fondata sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, parità nel lavoro, accesso delle donne agli uffici pubblici e alle cariche elettive. Ci hanno insegnato soprattutto che non basta dichiarare un diritto. Bisogna creare le condizioni perché quel diritto possa essere esercitato. È questa la straordinaria modernità dell’articolo 3. La Repubblica non deve limitarsi a riconoscere l’uguaglianza, deve rimuovere ciò che la rende impossibile. Ottant’anni dopo, quel compito non è ancora concluso. Ed è esattamente lì che deve tornare ad agire la politica”.

Fino agli anni Settanta del secolo scorso la politica era un’attività per soli uomini. Le donne hanno portato un diverso modo di intendere la politica? L’hanno resa più aperta alle problematiche delle persone?

“L’equazione “donna uguale modo diverso di fare politica” non è sempre vero. Anzi, molte donne interiorizzano le dinamiche di potere maschili e rompono il famoso tetto di cristallo senza però lasciare aperto il varco alle altre. Essere donna non significa necessariamente mettere in discussione i modelli di potere esistenti. Ci sono donne che, conquistato il proprio spazio, finiscono per riprodurre esattamente quelle dinamiche dalle quali altre donne sono state escluse. La differenza nasce quando l’affermazione individuale diventa avanzamento collettivo, quando una donna riconosce il valore delle altre, condivide il potere, costruisce alleanze e modifica le relazioni oltre che gli organigrammi. È lì che la presenza femminile può diventare davvero trasformativa. E poi c’è un altro punto che considero fondamentale: moltissime donne fanno politica senza chiamarla politica. La fanno nelle associazioni, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nel volontariato, nei servizi, nelle comunità. Tengono insieme relazioni, individuano problemi, costruiscono risposte. Quando questa esperienza incontra la consapevolezza del potere e della possibilità di incidere sulle decisioni, può produrre una politica più vicina alla vita reale. Non perché le donne siano “naturalmente” più capaci di cura, ma perché la loro esperienza storica ha reso visibili questioni che per troppo tempo il potere aveva considerato private e quindi irrilevanti”.

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