Femminicidi, la catena della tutela si spezza subito

Per le donne diventa sempre più difficile denunciare

Dal Codice Rosso alla legge 168, Codice Rosso Rafforzato, l’Italia ha costruito un sistema a cerchi perfetti: ammonimento, divieto, braccialetto, carcere. Sulla carta. Nei fatti, la catena può spezzarsi subito dopo la denuncia, quando la protezione dovrebbe iniziare. È lì che si misura il fallimento: non nel numero dei femminicidi, ma nelle 8 donne su 10 che scelgono di non sporgere denuncia perché sanno che resteranno sole.

Perché non è una questione di leggi. Dal 2019 ad oggi è cambiato tutto: Codice Rosso con obbligo per il PM di sentire la vittima in 3 giorni, legge 168/2023 con ammonimento del Questore anche su segnalazione di terzi, allontanamento urgente dalla casa familiare, braccialetto elettronico valutato come obbligatorio per il divieto di avvicinamento e corsia prioritaria in Procura.

Sulla carta è un sistema ad anelli collegati: ammonimento, divieto, braccialetto, carcere.

Poi succede Torino. A Madonna di Campagna, 40 minuti. Una 13enne entra in un minimarket per tre succhi per i fratelli. Secondo le carte, in meno di 40 minuti il dipendente del negozio – cittadino bengalese di circa 40 anni – abusa di lei e di un’altra donna. Fermato, passa due notti al Lorusso e Cutugno. Alla convalida il Gip non convalida il fermo: riconosce i gravi indizi, ma non il pericolo di fuga. Solo obbligo di firma, pur riconoscendo il concreto pericolo di recidiva. Motivazione: il pentimento in udienza. “Ha compreso di aver sbagliato”.

La Procura impugna e chiede il carcere al Riesame. Il caso esplode: il ministro Nordio dispone l’invio di ispettori, la premier Meloni attacca: “La macchina aveva funzionato, poi tutto interrotto in 48 ore”. Risultato: lui torna nel quartiere con l’obbligo di firma. Lei e la famiglia sanno che è di nuovo lì.

È lo stesso schema che i rapporti regionali fotografano da anni: misure disposte ma non eseguibili, o eseguite e poi revocate per mancanza di braccialetti, di allacci elettrici ed altro. 

È vero che in Italia i femminicidi sono calati: sono state 97 le donne assassinate nel 2025 rispetto alle 118 del 2024, alle 120 nel 2023 e alle 130 nel 2022. Tra le 97 vittime del 2025, 85 uccise in ambito familiare-affettivo.(Dati Viminale). 

Ma il calo non riduce la percezione di fallimento, perché il dato strutturale non si muove: oltre l’80 per cento delle vittime non arriva mai a sporgere denuncia formale per paura di ritorsioni. In un focus AUSL: l’82% delle vittime non denuncia. 

A Barberino del Mugello Lorena Isceri, 45 anni, uccisa dall’ex Federico Vella, di 36. L’assassino aveva annunciato tutto sul suo profilo social. Dopo aver rapito Lorena l’ha rinchiusa nel bagagliaio dell’auto. La donna era riuscita a contattare il 112 con un cellulare rimasto nella borsa dopo il rapimento. Ma quando è arrivata la polizia era toppo tardi. La morte sotto un cavalcavia dell’autostrada. La madre di Lorena rivela che la donna “Aveva paura”, i parenti, le amiche, le avevano consigliato di denunciarlo ma lei “non voleva danneggiarlo”.

Quando l’Istat chiede perché, le risposte sono sempre le stesse: il 39,6% dice “ho imparato a gestirmela da sola”, il 31,6% “non era grave”, poi 10,1% paura, 7,1% vergogna di non essere creduta, 5,9% sfiducia nelle forze dell’ordine che sale all’8% per violenze da non partner.

Ad esempio in Puglia,nel  2023 (Focus Ufficio Statistico regionale): ha rinunciato al servizio nel 31,2% dei casi, conclusione del percorso solo nel 18,1%. Delle donne accolte in casa rifugio, 16 hanno fatto rientro nel nucleo maltrattante. 

In Veneto: sono 146 le donne uscite dalle Case rifugio durante l’anno, il 45,7% per conclusione con autonomia abitativa propria; il 36,2% è uscito per trasferimento ad altra struttura; il 10,1% ha fatto ritorno dal maltrattante. 

In Toscana: 5.670 donne si sono rivolte nel 2024 ai centri antiviolenza, in aumento rispetto alle 4.540 del 2023. Ma l’ultimo dato ufficiale sul tasso di denuncia tra le utenti dei CAV risale al Decimo Rapporto 2018: 35,3% con figli testimoni, 26,9% senza. Prima ancora, 30,5% vs 22,7%. Per il 2024 la Regione diffonde solo i contatti, non la percentuale di denunce. Ovvero 7 su 10 donne che arrivano a un CAV non denunciano.

A livello nazionale, quasi una su due tra quelle che iniziano un percorso, il 45,5%, non è economicamente autonoma. Senza soldi, senza casa, senza posto al nido in caso di bimbi piccoli, dopo i 6 mesi di protezione in indirizzo segreto, la vittima torna al punto di partenza.

Ed è questo che le donne dicono nei colloqui: “Se denuncio, lui prende l’obbligo di firma e torna sotto casa. Io invece perdo tutto: devo lasciare casa mia, lavoro, scuola dei figli, e andare in un posto segreto dove non conosco nessuno. Alla fine dei 6 mesi sono sola”.

Non è la denuncia che manca. È la protezione che per le donne diventa sradicamento. Il sistema è costruito per far partire un percorso giudiziario – PM che sente entro tre giorni, Gip che convalida entro 48 ore – non un percorso di protezione immediata. Finché la protezione dipende da un braccialetto che non c’è e da una casa rifugio che ospita in emergenza, chi denuncia si sente abbandonata il giorno dopo.

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