Cesare Luporini e le crisi degli anni ’70: liberare Marx dal marxismo

Uno scritto finora inedito rivela un pensatore in cerca di nuove risposte

La lettura dei saggi raccolti nel volume “Libertà e strutture. Scritti su Marx (1964-1984)“, a cura di Rosario Croce, a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, svela un Luporini tormentato da nuove domande e dalla ricerca di risposte diverse dal passato nel modo di leggere Marx e di guardare alla realtà in trasformazione. Ciò è particolarmente evidente – io trovo – nell’unico scritto inedito contenuto nel volume: l’Introduzione (1980) a quella che doveva diventare una raccolta di saggi su Marx per l’editore Einaudi. Il progetto non andò in porto per diverse ragioni, con la conseguenza che anche l’Introduzione a cui il filosofo stava lavorando rimase incompiuta. L’incompiutezza fa sì che tanti nessi restino non del tutto esplicitati, ma ciò non toglie che siano chiare alcune linee di ricerca teoriche e politiche, che rappresentano sicuramente una cesura – talvolta persino spiazzante – rispetto alle posizioni su Marx e il marxismo degli anni ’60 e inizi ’70. Come se su una vecchia trama volesse inserire fili nuovi. Marx risulta insufficiente e necessario al tempo stesso.

Nell’analisi della realtà di quegli anni centrale è il problema della crisi, una crisi “onnipervadente”, che attiene all’economia, alla politica, alla vita morale; c’è un moltiplicarsi dei soggetti sociali; è emersa la questione giovanile, la “questione della donna” e del rapporto fra i sessi. In questa stratificazione di crisi si inserisce anche la crisi del marxismo che Luporini non solo non nega, ma ne fa un punto di ripartenza per la sua riflessione, con l’obiettivo di “liberare Marx dal marxismo”. E, d’altra parte, la risposta alla domanda su “come uscire dalla crisi” è un’altra domanda: come riportare in campo la politica?

Era l’epoca del “riflusso”,del ritorno al privato, dopo le grandi lotte di piazza degli studenti e delle donne, che avevano occupato la scena pubblica in anni precedenti. Ma è interessante che per rispondere alla domanda sulla politica Luporini qui rifletta proprio sul riflusso che “è anche un flusso”, dice. I movimenti giovanili e femminili degli anni avevano sconvolto il panorama politico e portato in campo altri soggetti: i giovani e le donne per l’appunto. Questo sottolineare l’importanza di nuovi soggetti – rispetto al tradizionale soggetto rivoluzionario privilegiato, la classe operaia – ha un valore teorico generale anche all’interno del marxismo giacché da un lato, cambiano i termini di chi può scardinare l’ordine esistente e, dall’altro, si attribuisce, in generale, un maggiore peso al ruolo dei soggetti nella storia. Niente scivola facilmente verso il futuro “come sul burro”, sostiene in aperta polemica con lo storicismo. Non c’è futuro automatico verso una società fatta di individui liberi. Sono i soggetti che devono prendere in mano le azioni, anche in modo spontaneo. Grazie a quei nuovi soggetti, si è realizzata una rivoluzione culturale – nelle idee, nei comportamenti, nei valori, anche se la politica non ha avuto la capacità di mediare fra spontaneità e organizzazione.

Però anche nel riflusso sono presenti potenzialità. Luporini pensa soprattutto ai movimenti femministi, il cui motto “il privato è politico” ha una significativa portata innovatrice; era un modo per immettere nella politica anche la vita quotidiana, i corpi delle persone. Lui dice “liberare la vita quotidiana”, che significa liberare i soggetti in carne e ossa e le loro relazioni, prima di tutte quelle fra i sessi. Per me questo è un passaggio importante, che ha come conseguenza addirittura una sorta di elogio dello spontaneismo, che è riuscito a essere più liberante delle forze organizzate.

Il privato non coincide con l’individualismo, precisa Luporini. È, invece, il segno di un altro modo di vedere il mondo e di essere nel mondo, che viene definito “post-borghese”, in cui molte barriere di classe e culturali tendono a dissolversi. Non c’è più l’identificazione coi ruoli assegnati dalla divisione sociale. La portata del ritorno al privato – ecco il punto – “sta in una inattesa straordinaria rinascita della problematica morale, qua talis, cioè dei problemi relativi all’individuo, o persona (…) e dei rapporti fra gli individui, compresi quelli fra i sessi, e quelli col lavoro, e il mondo della produttività, e poi con l’ambiente, con la natura, così via”.

Il ritorno al privato segnala la crescita di centralità dell’individuo e la riscoperta della morale, che non va intesa però in senso normativo (come un insieme di norme e regole), ma come complesso di comportamenti e di relazioni fra gli individui (al di là delle classi); è scoperta delle questioni relative alla “persona” (termine che gli deriva da Max Scheler). Quella di cui parla è una forma di morale che deve (citando dallo Zibaldone del suo caro Leopardi) “cospirare con la politica”, pur essendo separata da essa. Se la morale è intesa come “vivente problematica e mutamento di comportamento”, la politica qui è interpretata come prassi liberatoria di quelle forze che sono venute maturando nella società.

C’è un filo fra quella specie di elogio della spontaneità e il modo in cui parla del privato e del riemergere della morale, grazie anche alle nuove soggettività. Segnala l’espressione di un bisogno – magari inconsapevole – di autoregolazione e di comunismo. Si capisce meglio a questo punto perché veda delle potenzialità nel riflusso: i nuovi comportamenti che andavano emergendo – più liberi, anticonformistici – sono anche forme di liberazione individuale dai condizionamenti sociali e di costume.

Le potenzialità che si aprono comportano però che si ridiscuta tutta la questione della transizione al comunismocome l’aveva descritta Marx (e il marxismo-leninismo) attraverso la “dittatura del proletariato”. La novità nella transizione che lui immagina – e anche questo è spiazzante – sono le comuni come organismi autoregolantesi. Nelle comuni giovanili degli anni ’60 e ’70 vede un germe di autoregolamentazione che può costituire un momento del passaggio a una società pienamente liberata: “La comunità delle comunità nel suo costituirsi e autogestirsi accompagna l’estinzione dello Stato politico separato, il vecchio strumento del dominio di classe”.

In conclusione, Luporini resta fino alla fine coerente nella conferma dell’”orizzonte del comunismo” come possibilità di liberazione umana, ma con ampi margini di messa in discussione dei paradigmi marxiani classici.

Cesare Luporini, Libertà e strutture. Scritti su Marx (1964-1984), a cura di Rosario Croce, Edizioni della Normale, Pisa, 2022, pp. 278.

Biblioteca delle Oblate, 9 febbraio 2023

In foto Cesare Luporini

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