Il disastro che Trump e Netanyahu stanno creando a livello mondiale rischia di farci precipitare nella spirale di un nuovo conflitto dall’esito imprecisato e sicuramente drammatico. Un’altra pagina di guerra è alle porte, come se non ce ne fossero già a sufficienza, a destabilizzare il Pianeta.
L’attacco israeliano, compiuto nella notte, ha l’inequivocabile obiettivo di impedire, preventivamente, a Teheran di munirsi di armi atomiche. Il primo effetto dell’operazione è aver affossato il tentativo di negoziato statunitense con l’Iran sul nucleare in corso, in Oman. Ma c’è da chiedersi quanto la trattativa fosse stata presa seriamente, e non un diversivo, sin dall’inizio. Perché se l’intenzione reale di Trump era quella di evitare uno scontro regionale allora Netanyahu con questa mossa ha ridicolizzato pubblicamente il presidente americano. Mostrando poco rispetto, e assolutamente nessuna fiducia, nei confronti dell’amico. Così facendo il messaggio emergente è che Israele, nel senso del suo governo e ancor di più nello specifico del suo leader, non è governabile da influenze esterne. Al contrario. In questo approccio c’è la pretesa della superiorità su tutto e tutti, che si manifesta in scelte “unilaterali”, ingiustificate. Nell’insieme la posizione degli USA, prima potenza al mondo, oscilla tra complicità e confusione, e ciò colpevolizza maggiormente il ruolo, attivo o passivo, di Trump. “Non siamo coinvolti in attacchi contro l’Iran e la nostra massima priorità è proteggere le forze americane nella regione”, il commento di Marco Rubio, segretario di stato.
D’altro canto il gioco di forza israeliano è la risultante di anni di preparativi, sapientemente studiati e pianificati nei dettagli. Nulla lasciato al caso. Si legge nell’editoriale del Jerusalem Post: “Nei giorni precedenti l’attacco, l’ufficio del primo ministro sembra aver orchestrato una serie di falsi segnali, tra cui la strategia della fuga di notizie… e l’uso dei colloqui con gli Stati Uniti come esca”.
Suona ridicolo e improbabile, anche se l’amministrazione a stelle strisce ha frettolosamente preso le distanze dall’attacco, che non ci sia stato un via libera concordato (forse avvenuto lo scorso lunedì). Ed in qualche modo un coinvolgimento diretto all’azione sul suolo iraniano, che al momento è materiale segreto. Il supporto alla luce del sole scatta nel fronteggiare la rappresaglia iraniana. David Horovitz direttore di The Times of Israel scrive: “Al momento della stesura di questo articolo, l’entità del coordinamento israelo-statunitense non è chiara, pur avendo Israele informato l’amministrazione Trump in anticipo. Mentre scrivo non sappiamo se gli Stati Uniti stiano giocando alcun ruolo diretto nell’attacco, anche se è noto che il coinvolgimento degli USA consentirebbe una offensiva considerevolmente più devastante. Ciononostante, l’establishment della sicurezza israeliana crede gli Stati Uniti al fianco di Israele, come e quando sarà necessario”.
Per quanto concerne gli effetti interni dobbiamo fare un ragionamento più ampio. Mercoledì il primo ministro Benjamin Netanyahu è andato al Muro del Pianto, indossava kippah (celeste) e scialle biancoazzurro della preghiera (Tallèd), mettendo in risalto i colori della nazione, quando è stato immortalato ad inserire nella cavità delle pietre il classico biglietto. Scritto di suo pugno e contenente i versetti della Torah, che hanno ispirato il nome in codice dell’operazione dell’IDF. Immancabile citazione biblica nella scelta del nome Rising leon, presa dal libro dei Numeri 23:24, “Ecco un popolo che si leva su come una leonessa, e si erge come un leone. E non si sdraia prima di aver divorato la preda e bevuto il sangue di quelli che ha ucciso”. Netanyahu è maestro nell’arte della propaganda. Lotta indomito per salvare politicamente se stesso. Mette al riparo il governo dalla crisi scatenata dai suoi più fedeli alleati, i partiti haredim. Ha annullato le critiche pressanti per il sostegno sia alle milizie filo ISIS di Gaza, che allo scandalo dietro la Gaza Humanitarian Foundation. Annette porzioni della Cisgiordania, in barba alla comunità internazionale. Continua a promettere la liberazione degli ostaggi, ma non fa nulla per accelerare e risolvere il loro ritorno. E poi magistralmente mette ancora una volta all’angolo gli avversari, opposizione che oggi ovviamente è costretta a tacere. Adesso ha ritardato, almeno per un po’ di tempo, il processo che lo vedeva preoccupato alla sbarra. Badate bene, il leone che ruggisce al Medioriente e morde l’Iran è re Bibi. Mentre Israele e il suo popolo nel frattempo cadono nella paura, cercando protezione nei rifugi.