Mentre di là dall’Atlantico, la cura dell’ambiente, del clima e della transizione ecologica vengono messe al palo da Trump – e ci riguarda perché, come si sa, neanche il miglior vaso comunicante è così vastamente contagioso e trasversalmente internazionale come l’ambiente – l’Europa, e con lei l’Italia, ondeggiano nell’ incoerenza tra impegno nei miglioramenti e vari riscontri negativi. Per esempio, l’Europa si guadagna il titolo di leader mondiale nell’impegno per il clima ma al tempo stesso anche come campione dei cambiamenti climatici: è il continente che si riscalda più rapidamente nell’intero pianeta. Forse si cura di più perché sente sulla propria pelle gli effetti devastanti per persone, natura, clima e conseguenti catastrofi provocati dal surriscaldamento. All’interno dell’Europa, l’Italia fa la bella figura di risultare campionessa di economia circolare ma la brutta di non difendere né suolo, né biodiversità e né clima, essendo stato il suo 2024 l’anno più caldo di tutta la serie dal 1961 in poi. Le Regioni, loro, detestano l’appiattimento e sono assai diversificate in materia di qualsiasi questione ambientale.
Ce lo raccontano ufficialmente i tre rapporti 2025 a conclusione del 2024, presentati il 28 ottobre a Roma alla Camera da Snpa (Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente) e da Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale): il Rapporto europeo “Europe’s Environment 2025” dell’Agenzia europea per l’ambiente, il Rapporto Ispra “Stato dell’Ambiente in Italia 2025: Indicatori e Analisi” e il Rapporto Ambiente Snpa sulle regioni. Dando un quadro preciso e incrociato della situazione ambientale europea, nazionale e regionale, che rende evidente la necessità di una rete istituzionale comune con conoscenze e responsabilità scambiate e condivise. Infatti i tre Rapporti valgono tutti insieme, non sono studi isolati, ma derivati dal monitoraggio di tutte e tre le aree.
Vediamo più da vicino i report. Per primo il contenitore più vasto, l’Europa, che sul lato positivo riduce le emissioni di gas serra e l’uso di combustibili fossili, mentre raddoppia la quota di energie rinnovabili dal 2005. Migliorano anche la media della qualità dell’aria, i risultati dell’economia circolare e l’efficienza delle risorse. “Ulteriori progressi raggiunti su una serie di fattori che consentono la transizione verso la sostenibilità – quali l’innovazione, il lavoro verde e la finanza sostenibile – sono motivo di ottimismo”, dichiara l’Europe’s Environment 2025. Ma, attenzione, sono guai sul campo della biodiversità che trova in piena crisi tutti gli ecosistemi europei, terrestri come di acqua dolce e marini. Accade a causa delle persistenti pressioni esercitate da modelli di produzione e consumo non sostenibili. L’Europa va male anche sui cambiamenti climatici: è il continente che si riscalda più rapidamente nell’intero pianeta.
Dentro il contenitore generale cosa combina l’Italia? Anche qui, gioie e dolori. Sale la scala dell’economia circolare, diventando il secondo paese virtuoso in Europa. Nel 2023 arriva ad avere un tasso di utilizzo circolare dei materiali del 20,8%, quasi il doppio della media UE (11,8%). Riduce le emissioni di gas serra (-26,4% tra il 1990 e il 2023) e cresce l’agricoltura biologica. Aumenta anche il consumo di energia da fonti rinnovabili, che supera il traguardo 2020 e punta al 38,7% entro il 2030.
Mentre, invece, sulla biodiversità, il consumo del suolo e il climate change non ci siamo e tutte le sfide sono ancora aperte. La biodiversità nostrana parte avvantaggiata non fosse altro perché è una delle più ricche d’Europa, ma solo l’8% degli habitat naturali risulta in buono stato di conservazione, mentre il 28% delle specie di vertebrati e il 24% delle piante vascolari sono a rischio di estinzione.
Va male anche il consumo di suolo che resta una grande criticità del paese: nel 2024 il suolo libero (quello non cementificato) italiano ha perso 7.850 ettari, che significa 21,5 ettari al giorno. Va male anche il clima con il caldo alle stelle del 2024 , cosicché i ghiacciai alpini perdono massa a un ritmo sostenuto e l’innalzamento del livello del mare, pur di pochi millimetri l’anno, è continuo tanto che Ispra consiglia di fare molta attenzione a questo fenomeno. Aumentano le perdite economiche per ogni cittadino dovute a eventi estremi. Risultano quintuplicate in sette anni. Non stupisce, visto che, per disastri legati al clima, dal 2017 l’Italia si colloca stabilmente su livelli superiori alla media europea.
Sul fronte della qualità ambientale, il belpaese colleziona risultati contrastanti: da un lato aumentano i corpi idrici superficiali, fiumi, laghi e quant’altro, trovati in buono stato chimico, che per i fiumi raggiunge addirittura il 78%. Mentre anche l’inquinamento atmosferico in generale migliora, avvicinandosi al rispetto dei valori limite di legge. Dall’altro però si scopre che siamo in regola solo con le attuali regole ufficiali che altro non sono se non la mediazione tra i valori della salute e della vita con quelli dell’economia, del traffico, della conquista del consenso, mentre bisognerebbe andare assai avanti se volessimo rispettare i valori che mettono al primo posto la salute, ovvero i valori di riferimento OMS.
Dopo il quadro europeo e nazionale, vediamo quello regionale e troviamo la foto di un paese diversificato, in movimento dove, valuta Ispra, le politiche ambientali iniziano a produrre qualche effetto evidente ma ancora non si cancellano le disuguaglianze territoriali e i ritardi da colmare. Particolarmente zelanti, in area di economia circolare, quanto a raccolta differenziata vengono trovate le regioni Veneto (77,7%), Emilia-Romagna (77,2%) e Sardegna (76,3%). Valle d’Aosta, Trentino e Basilicata svettano per l’elevato consumo di energia prodotta da fonti energetiche rinnovabili. Molto vicine al target UE sull’agricoltura biologica le regioni del Centro e del Mezzogiorno, ancora distanti quelle del Nord. Solo sette regioni hanno ad oggi approvato formalmente una strategia regionale di adattamento ai cambiamenti climatici, ma tutte hanno perlomeno inserito il tema dell’adattamento climatico tra le priorità della propria programmazione ambientale.