Agroalimentare, gallina dalle uova d’oro per la criminalità organizzata

Sirignano: “Il controllo da parte mafiosa della filiera strangola l’economia”
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Le questioni agricole che stanno occupando grande spazio sui giornali in queste settimane, non mettono in rilievo un lato oscuro ma importante della filiera, ovvero le pesanti ingerenze da parte della criminalità organizzata. Sul punto, abbiamo raggiunto il procuratore Cesare Sirignano, un recente passato in Direzione Nazionale Antimafia ed un presente alla procura di Napoli nord, esperto di agromafie.

Oggi il tema agricoltura è tornato un tema di moda per via delle manifestazioni di massa in
cui gli operatori che si lamentano dei costi eccessivi e del poco guadagno, ma se non ricordiamo male il mondo dei mercati piace alle mafie. Cosa ha da dire in proposito e quanto le mafie incidono sul prezzo?


“Il settore agroalimentare ha costituito e costituisce tuttora terreno di conquista delle mafie. Nel corso degli anni le diverse organizzazioni mafiose operanti nel territorio nazionale si sono contese il controllo del mercato agroalimentare a suon di scontri armati inquinando il circuito legale ed influenzando in modo decisivo anche la produzione e la commercializzazione dei prodotti agricoli.
Nel corso delle attività di coordinamento delle indagini sul clan dei casalesi e sulle sue ramificazioni in vaste aree del centro Italia ed in particolare del basso Lazio, ho potuto constatare che anche il settore agroalimentare, spina dorsale della economia nazionale, viene soffocato dalla pressione mafiosa che altera le regole della concorrenza e rende la coltivazione dei prodotti agricoli ed in genere il lavoro nei campi meno conveniente o in alcune zone addirittura svantaggioso. Le mafie attraverso l’imposizione agli agricoltori sia dei mezzi di trasporto da e per mercati ortofrutticoli sia dei prezzi dei prodotti agricoli controlla l’intera filiera che va dalla coltivazione al consumatore finale provocando un aumento dei prezzi al consumo che non corrisponde a un vantaggio economico per i lavoratori dei campi. Per gli agricoltori, dunque, è diventato davvero difficile se non impossibile continuare a dedicare le loro energie alle fatiche dei campi anche perché la scarsa redditività del loro lavoro rende praticamente impossibile anche l’adeguamento tecnologico che avrebbe come effetto immediato anche una riduzione della manodopera”.

In che modo agisce il meccanismo nella concretezza della filiera?

“È chiaro che se l’intera filiera agricola viene controllata dalle mafie e i passaggi di mano dei prodotti lievitano in misura direttamente proporzionale alle famiglie mafiose che intervengono nella gestione del comparto agroalimentare anche i prezzi dei prodotti sono destinati ad aumentare. Le Mafie, controllando in regime di monopolio il trasporto su gomma dei prodotti agricoli, possono anche decidere la quantità di merci da far giungere nei mercati ed in questo modo alterare il rapporto domanda offerta influendo inevitabilmente anche sui prezzi al consumo. In tal modo le parti più deboli della catena, ossia gli agricoltori, finiscono per essere schiacciati dalla prepotenza delle mafie capaci di interrompere a loro piacimento l’acquisto dei prodotti e di impedire il carico ai trasportatori, i cosiddetti padroncini, che non sono autorizzati a svolgere quella attività e che non rientrano tra quelli governati dalle agenzie di trasporto di derivazione mafiosa. Il controllo del trasporto dei prodotti e degli accessi ai mercati è stato elevato a sistema in tutta Italia ed ha trovato riscontri in tutti i mercati nazionali provocando una tangibile alterazione delle regole della libera concorrenza. La naturale conseguenza dell’attuazione di questo meccanismo è stato l’abbandono dei campi o l’impoverimento di una intera categoria costretta a fare i conti con gli aumenti dei prezzi dei carburanti e della manodopera da un lato e con le restrizioni comunitarie dall’altro. Insomma un morsa spesso fatale per le aziende agricole”.

Oggi la mafia moderna ha una forma collaborativa, una sorta di confederazione che lega gruppi diversi. Questo emerge da numerose inchieste, in primis quella di Milano. Lei si è occupato in particolare di una inchiesta conclusasi con le condanne in giudicato che ha dimostrato un asse esistente tra clan siciliani e clan campani. Cosa ci può dire in proposito?

“Ancor prima della indagine di Milano e precisamente qualche anno fa, con sentenza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, in gran parte passata in giudicato, si è concluso il processo cd Sud Pontino in cui è stato dimostrato che due organizzazione mafiose e precisamente quella dei Corleonesi rappresentati in quella occasione da Gaetano Riina, fratello di “Totò” e quella dei Casalesi, famiglia Del Vecchio – Schiavo, avevano raggiunto una accordo per gestire in regime di monopolio il trasporto su gomma da e
per i mercati del centro sud Italia sbarazzando la concorrenza di famiglie mafiose campane fino a quel momento padroni di alcune tratte di trasporto, ed anche di alcune famiglie calabresi come quella dei Tripodo presenti da tempo e dominanti nel mercato di Fondi. L’accordo tra le due mafie siglato a seguito di scontri armati, di inseguimenti e di incidenti tra Tir nelle strade siciliane, accertati in tempo reale attraverso le attività di intercettazione delle utenze dei padroncini destinatari delle minacce e/o autori delle aggressioni armate, e confermate da alcuni collaboratori di giustizia siciliani, organici al sistema di controllo
del trasporto, costituiva uno dei più tangibili esempi di collaborazione e di alleanza tra diverse organizzazioni criminali per gestire un intero settore vitale dell’economia nazionale. Un dato preoccupante destinato a durare nel tempo malgrado le indagini e le condanne anche di Gaetano Riina e dei vertici del clan dei Casalesi ed i sequestri di immobili e di aziende di trasporto. Casalesi e Corlenesi, avevano raggiunto un accordo in base al quale solo i camion ed i padroncini indicati da una agenza di trasporto della famiglia Del Vecchio- Schiavone avrebbero potuto caricare e scaricare merci nei mercati siciliani in cambio della riconosciuta possibilità ai vettori e produttori siciliani di scaricare i loro prodotti nei mercati campani e di Fondi, tutti controllati dal clan dei Casalesi. In questo modo le altre agenzie di trasporto riferibili alle organizzazioni camorriste campane ed anche i trasportatori riferibili alla famiglia calabrese dei Tripodo, fino a quel momento dominanti nel mercato di Fondi, venivano escluse dal business ed erano costretti a sottostare alle regole imposte dall’alleanza casalesi – corleonesi”.

Come sta evolvendo la mafia, quanto pesa l’agromafia nel contesto attuale e come combatterla al meglio?

“La mafia si è evoluta e si evolverà sempre più con il passare del tempo, via via che si insinua
nell’economia legale alterando le regole del mercato e dettando i prezzi e le condizioni di mercato. Per non essere inutilmente ripetitivi mi limito a ribadire una riflessione di certo non originale ma che rende bene l’idea di quello che ormai da tempo accade in Italia nei grandi centri urbani. È sotto gli occhi di tutti, infatti, che negli ultimi dieci o forse anche venti anni, vi è stato un tangibile proliferare nelle stesse zone di bar, ristoranti, pizzerie e pub, per limitare la lista a quelli più diffusi, e tale semplice constatazione, solo in parte giustificabile con la elevata densità abitativa di alcune zone urbane, induce quanto meno qualche interrogativo.
Per altro l’idea che un investitore possa decidere di aprire una attività di ristorazione in un luogo in cui ve ne sono già decine della medesima tipologia, diventa ancora meno comprensibile in periodi di crisi economica nazionale e soprattutto se si considerano i canoni di locazione sensibilmente sproporzionati e gli incrementi dei costi di manodopera e dell’energia, oltre che delle materie prime. Le mafie investono i capitali derivanti dal traffico di droga e dalle altre lucrose attività criminali sia per aumentare il loro potere contrattuale nei traffici illegali, sia anche per diversificare le attività così trasformandosi in imprese spesso anche ben organizzate e strutturalmente impeccabili, operando in numerosi settori dell’economia legale. Questo è stato il salto di qualità delle mafie con danni incalcolabili
per la collettività. Le mafie, infatti, hanno iniziato ad investire in immobili, in centri commerciali, in catene di ristorazione, spesso immettendo liquidità in fondi di paesi che non garantiscono una vera collaborazione giudiziaria ed hanno acquisito sempre più consenso sociale creando un gran numero di posti lavoro e rafforzando l’idea di antistato propria di alcune zone del territorio nazionale.
Le mafie in questo modo si impongono, anche per la forza elettorale che sono in grado di esprimere, nei rapporti con la Pubblica Amministrazione insinuandosi negli appalti ed intercettando le risorse pubbliche destinate al miglioramento delle condizioni generali di vita della collettività. L’incidenza delle mafie nel settore agroalimentare è purtroppo dirompente proprio per le motivazioni esposte in precedenza. Coltivare la terra non è un mestiere facile e se diventa anche poco remunerativo sarà sempre più difficile svilupparlo e renderlo più moderno per essere appetibile per gli investitori stranieri ed anche autoctoni. Combattere le mafie significa anche parlare con i contadini, comprenderne le ragioni e le difficoltà, entrare nei mercati, studiare e comprenderne i meccanismi illeciti, e soprattutto aiutare i contadini a liberarsi dalle maglie della prepotenza e della gestione monopolistica dei sodalizi che controllano il territorio. La modernizzazione del settore con importanti investimenti anche e soprattutto sul piano tecnologico salverebbe posti di lavoro e consegnerebbe agli italiani prodotti agricoli a prezzi più bassi e certamente di migliore qualità”.

In foto Cesare Sirignano

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