Addio a Emma Bonino, donna delle istituzioni che ci ha insegnato a lottare per i diritti

A celebrarla c’erano Mattarella, Meloni e sette ex premier

Sognava spesso di essere un delfino ma si sentiva “testarda come un mulo”. In una delle poche interviste intime, concessa a Francesca Fagnani nel 2023, Emma Bonino ha parlato di sé col pudore di chi ha sempre vissuto nella trincea politica, per di più in anni in cui le identità si costruivano con l’impegno pubblico e il privato era sfera intoccabile. Eppure, proprio su una spinta dolorosa e privatissima, un aborto vissuto con umiliazione e in clandestinità nel 1974, è iniziata la sua epopea di paladina dei diritti civili. Ed è finita con i funerali di Stato alla donna delle istituzioni, l’ultima di quella generazione di radicali che “ci ha insegnato la dimensione della politica nella quale la dignità non discende dal potere ma dalla volontà di continuare a lottare”, ha detto Riccardo Magi, compagno nella sua ultima battaglia per gli Stati Uniti d’Europa.

A celebrarla nell’ultimo saluto in Campidoglio c’erano Mattarella, Meloni e sette ex premier, Prodi, D’Alema, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte. C’erano l’attuale sindaco di Roma Gualtieri e l’ex sindaco ed ex radicale Rutelli, c’erano altri esponenti di tutte le istituzioni e di tutto l’arco costituzionale, ministri, donne con le rose rosse, cittadini e politici, per una volta tutti insieme, stretti intorno al feretro, un’immagine che racconta molto di Emma Bonino, del suo volare alto sopra i partiti, con le buone cause sempre davanti a tutto, facendosi anche detestare quando non si capiva da che parte stava, ma lei era sempre dove le garantivano la possibilità di continuare a combattere.

La detestavano a sinistra quando il suo liberalismo si faceva più sfrenato e diventava liberismo, quando attaccava i sindacati troppo corporativi, le rigidità del welfare, quando sembrava interessata solo ai diritti individuali e non a quelli collettivi, come ha ricordato Luciana Castellina che pure la stimava e amava molto avendo condiviso comunque tante battaglie: “Ciao Emma, sei stata una donna intelligente e simpatica anche se liberale”, così l’ha salutata. La detestavano a destra quando i suoi diritti civili erano diventati patrimonio di tutti, in rotta di collisione con ‘Dio, Patria e famiglia’. Ma la sua militanza, civile prima che politica, non ha mai conosciuto rigide appartenenze, destra e sinistra le stavano strette, “io sono sempre stata liberale e garantista”, diceva e, interpretando radicalmente questa missione si è fatta radicale offrendosi, quando il suo partito era fuori dalle istituzioni, al migliore offerente per le sue battaglie. 

Così, nel 1994, torna in Parlamento con Forza Italia e l’anno dopo Berlusconi la porta alla Commissione europea, con delega ai consumatori e alla pesca, ma soprattutto agli aiuti umanitari. Sono gli anni delle battaglie  contro la pena di morte, gli anni in cui fonda con il partito radicale l’associazione ‘Non c’è pace senza giustizia’ per istituire una Corte Penale Internazionale per i crimini di guerra e contro l’umanità, una delle grandi eredità che hanno lasciato i radicali. Ci si arrivò nel 1998 con il Trattato di Roma. Poi toccherà alla sinistra dell’Unione e a Prodi accogliere Emma Bonino con la sua Rosa nel pugno e diventa ministra del Commercio Internazionale e delle Politiche europee nel secondo governo Prodi del 2006. 

E’ sconfinata e quasi interamente politica la biografia di Emma Bonino, nata nel 1948 a Bra, nel torinese, da una famiglia di contadini, in una grande cascina dove pascolavano le mucche e lei si occupava dei maiali. Ricordava quegli anni senza nessun romanticismo, come quasi un carcere che le stava stretto, poi se ne andò per la sua strada laureandosi alla Bocconi nel 1972.

L’aborto e l’incontro con Marco Pannella hanno cambiato la sua vita e in qualche modo anche quella degli italiani, che scoprono i diritti civili, partecipando alle prime grandi battaglie sul divorzio, sul diritto di famiglia, per le donne, sull’aborto. Lei la sua battaglia l’aveva interpretata a modo suo prima, quando l’aborto era clandestino e aiutava le donne a interrompere gravidanze non volute. Per questo viene arrestata la prima volta nel 1975 in Italia, dove si consegna lei stessa da latitante, poi anche all’estero per altri motivi, nel 1987 a Varsavia in una manifestazione per Solidarnosc nel 1990 a New York mentre distribuiva siringhe pulite contro l’Aids e nel 1997 in Afghanistan. Ma fecero fatica a metterle le manette in Italia mentre lei insisteva per averle, paladina della disobbedienza civile.

Nel 1977 si iscrive al partito radicale e in quello stesso anno viene eletta per la prima volta alla Camera dei deputati: “Entro in politica da totale ignorante – racconterà poi – fissata su quella battaglia dell’aborto, non mi sentivo pronta per altro”. Pannella ne aveva intuito subito la forza e la vuole con sé.  Marco ed Emma, due generazioni e due culture diverse, ma comincia un sodalizio durato 40 anni: “Ho imparato molto da lui anche se il mio vero tutor è stato Gianfranco Spadaccia“, puntualizzava lei.

Emma Bonino “ha impresso un segno nella vita della Repubblica”, ha detto il presidente Mattarella. Ed è stata la premier Meloni a far deliberare per lei i funerali di Stato perché “ha rappresentato per decenni una voce forte e riconoscibile della politica italiana, portando avanti le sue idee con determinazione. Le nostre storie e le nostre sensibilità sono state lontane, ma questo non mi ha mai impedito di riconoscerne il peso e il ruolo nella vita pubblica della nostra Nazione”.

La militanza di Bonino con Pannella divenne presto un’epopea, hanno stravolto anche la comunicazione politica, quel silenzio di 25 minuti davanti alle telecamere, imbavagliati l’uno accanto all’altro durante la campagna per la legalizzazione dell’aborto, fece più fracasso di tutto il fracasso vuoto che poi ha portato la comunicazione dell’era dei social. Dopo quegli anni insieme, le stagioni dei referendum, delle battaglie antiproibizioniste, della non violenza, contro la fame nel mondo, per l’eutanasia, il loro rapporto si guastò e non si è mai capito bene perché, soprattutto non l’ha capito lei: “Non mi ha mai spiegato niente e io non gli ho rimproverato nulla”, ma è stata “una rottura unilaterale, ne ho sofferto molto- raccontava Bonino – Ho perso tanto tempo a capire ma non ci sono riuscita, forse mi ha fatto talmente male che ho voluto girare pagina. Poi sono andata avanti, ma mi manca la sua inventiva, io non ce l’ho”. Così si è spezzato quel sodalizio unico, ma lei “fino alla fine ha portato il suo Marco su di sé come una lumaca il suo guscio”, ha scritto Francesco Merlo, che li conosceva bene entrambi.

Erano ancora fortissimi insieme quando, nel 1999, decisero che lei doveva autocandidarsi alla presidenza della Repubblica, con una campagna “folle”,  con quei manifesti che inondarono l’Italia con la faccia sorridente della Bonino e con lo slogan ‘Emma, finalmente l’uomo giusto’, che ha fatto storia. Non prese molti voti, c’era Ciampi da eleggere, con cui ovviamente non poteva competere, ma la campagna ‘Bonino for president’ raccolse intorno a sé militanti, uomini di cultura, intellettuali. “E’ stata la migliore presidente della Repubblica che l’Italia non ha mai avuto”, ha scritto Francesco Bei. Ma quella campagna le regalò il successo elettorale delle successive europee, dove i radicali arrivarono all’8,5%, una vetta mai più raggiunta.

Gli insuccessi alle urne erano il grande cruccio di Emma Bonino che pure riscuoteva grandi riconoscimenti personali quando, nella seconda parte della sua vita, divenne soprattutto donna delle istituzioni, in cui ha sempre trasfuso il suo carisma da militante: è stata otto volte nel Parlamento italiano, con i radicali, l’Ulivo e Forza Italia, sempre con la sua logica tasversale fatta di contenuti e non di trasformismo; tre volte parlamentare europea, poi commissaria a Bruxelles con Berlusconi, ministra con Prodi e con Letta. Molto stimata anche quando la detestavano. Era lei l’appiglio per ogni voto di protesta, che si richiamava ai valori e a un concetto alto di politica: “Come capita con la marijuana, tutti hanno provato almeno una volta nella vita a votare Emma Bonino”, ha detto Pino Corrias. Erano comunque troppo pochi, non ha mai sfondato: “Amatemi meno e votatemi di più”, ha esortato fino alla fine. Ma non ha mai mollato, la sua battaglia degli ultimi anni è stata sull’Europa, messa sempre più a rischio dall’avanzata dei sovranismi. Con l’ultima sua creatura, ‘Più Europa’, Bonino voleva far rivivere il sogno di Altiero Spinelli, voleva gli Stati Uniti d’Europa, con una politica e una difesa comune, ma il vento della storia portava da un’altra parte, condannando l’Unione europea a restare un “gigante economico, un nano politico e un verme militare”, come disse nel 1991 il ministro degli Esteri belga Mark Eyskens, immagine che Bonino riprese nel 2022 commentando  l’inerzia di Bruxelles dopo l’invasione russa dell’Ucraina. La bandiera europea sulla sua bara resterà come il testamento della sua ultima battaglia incompiuta. 

Il tumore che ha colpito Emma Bonino è arrivato nel 2015, quando finì il sodalizio con Pannella con cui, ironia della sorte, ha condiviso anche lo stesso male che poi li ha portati alla morte, legati anche dall’inguaribile e rivendicato vizio fatale del tabagismo, quelle sigarette a cui non hanno mai rinunciato, “mi tranquillizzano”, diceva lei. Ed è stata una combattente anche contro il tumore: “Ero piena di voglia di vivere, incazzata come una biscia per questo ospite maleducato”.

Ma la malattia l’aveva piegata suo malgrado e, anche se da laica convinta non ha mai avuto tentazioni religiose, la visita di Papa Francesco a casa sua nel 2024 ha regalato quell’immagine immortale di due grandi anime fragili ma in sintonia, piegate dal male, eppure sorridenti nelle due carrozzelle, l’una di fronte all’altra, lui vestito di bianco, da Papa, lei con uno dei suoi turbanti colorati che avevano sostituito i capelli quando le sono caduti, bruciati dalle cure.

Alla fine, gli anni che passano, la salute che se ne va, piegano anche i combattenti, si chiudono in se stessi: “Quando sono sola e un po’ depressa mi viene da piangere”, confessò ancora Emma Bonino a Francesca Fagnani, che raccolse perfino inedite confessioni sulla relazione che l’aveva legata per 10 anni a Roberto Cicciomessere, “il più grande amore della mia vita. Con lui mi ero fatta una fiaba, che saremmo invecchiati insieme, invece se n’è andato, mi sono tormentata per capire perché, ed era il motivo più banale del mondo, si era innamorato di un’altra”. Poi nella sua intensa vita di pasionaria dei diritti, c’è solo l’amore per le due figlie adottive, Aurora e Rugiada: “Erano figlie di due donne che avrebbero voluto abortire, ma che non erano riuscite a farlo. Siccome mi ero particolarmente affezionata a queste due donne, ho tenuto con me le loro bambine. Forse il mio desiderio di maternità si è esaurito così. Mi chiamavano mamma. Non avevano conosciuto le loro madri”.

Per il resto è rimasta con l’affetto dei compagni e degli amici di battaglia, ma sentimentalmente sola, non per scelta come si penserebbe, sola e “virtuosa per mancanza di tentazioni. Non mi hanno voluto”, spiegava lei. Sono i pochi spiragli che ha concesso al racconto della sua vita privata. Del resto, ha sottolineato lei stessa,”sono piemontese, poco fisica, non mi abbracciate, non mi baciate, non mi toccate” e questo forse non l’ha aiutata, ma alla fine, “ho avuto la vita più meravigliosa che mi potessi aspettare” è il bilancio finale.

Quella “mezza Giovanna D’Arco e mezza Vispa Teresa”, come la definì Giulio Andreotti, nel 2011 è stata l’unica italiana inserita da ‘Newsweek’ fra le 150 donne che muovono il mondo.

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