A Simple Accident di Panahi: venature  tragicomiche nello psicodramma di un popolo 

Palma d’oro a Cannes, candidato dalla Francia per l’Oscar al film Internazionale

Con questo lavoro di Panahi , ora nelle sale italiane dai primi  novembre, si completa la trilogia dei tre ultimi importanti film iraniani interdetti in patria nel 2025 ,coi rispettivi registi , e attori, inseguiti da continue condanne .

Con  A Simple Accident, Palma d’oro a Cannes 2025,  – che ,non essendo stato autorizzato dal’Iran , è candidato per l’Oscar al film Internazionale 2026  ufficialmente dalla Francia , che lo ha quasi  totalmente prodotto -ora assistiamo a un’altra fase del  corpo a corpo ostinato di Jafar Panahi, determinato ma non disperato, che l’erede della grande tradizione iraniana di cinema , riconosciuto tale dal  suo  maestro  Kiarostami , conduce da tre lustri in maniera non violenta, ma potente, col regime teocratico  che da  quarantacinque anni  imbavaglia questo meraviglioso popolo ricco di cultura e talenti . Il 65enne Panahi conosce bene la storia e la sintassi del cinema occidentale. E’ stato costretto dalla censura a girare film in auto ( Taxi Teheran) e i precedenti coinvolgenti Tre VoltiGli orsi non esistono  al confine tra Turchia e Iran, riuscendo a far passare il girato e la postproduzione all’estero. Addirittura This Is Not a Film, 2011,  all’interno del suo appartamento, descrive la vita quotidiana dell’ artista  cui è stato impedito di far cinema . La costrizione di mezzi non gli impedisce di darci storie intense piene di peripezie e colpi di scena con interpreti di grande intensità. Addirittura in Closed Curtain  (Tende serrate) , 2013 ,  rovescia il pirandellismo dei personaggi in cerca d’autore nell’autore (sé medesimo), che deve cercare lui invece i suoi personaggi all’interno della sua abitazione in riva al mare dove poi  divenire egli stesso personaggio , luogo in cui  si asserraglia , serrando le tende, col suo cane che non può nemmeno portare fuori perché “impuro” per la sharia, finché non si  introduce una presenza femminile che in fuga  deve nascondersi ( la  Maryam Moghaddam, poi autricede Il mio giardino  persiano e di Ballade of a white cow) , e poi a uno a uno  la troupe e lui stesso si disvelano nella casa per dispiegare il senso del film cui si dà corpo.

Siamo all’ estremo massimo del metacinema a la Panahi e probabilmente egli ben conosce tutto ciò che in occidente le giurie amano su questo terreno. E infatti Panahi è il solo regista ,oltre a Antonioni, ad essere stato premiato nei suoi vari film  in tutti e quattro  più importanti festival (Cannes, Venezia, Berlino, Locarno).     

In A Simple Accident  ora, lo scenario  si stilizza ancora di più e diventa anche una narrazione teatrale che richiama Godot ( pure citato), ma anche tratti di psicodramma alla Moreno, e del  Polanski  ne  La morte e la fanciulla . I personaggi sono ridotti all’osso e il grosso delle scene sono tra un van e un desolato sterrato sabbioso alla periferia di Teheran, con brevissimi scorci della città . 

Panahi accumula sulla scena, anche qui progressivamente  uno a uno,  i suoi personaggi. Il primo, Eghbal, sembra solo un buon padre di famiglia ( che poi sarà per sempre il sospettato di orrendi torture),  ripreso nella sua auto di notte con moglie incinta e figlioletta, e investe casualmente un cane ;  poi Vahid, che gestisce lo spaccio in cui l’uomo si era fermato  per indicazioni meccaniche all’auto danneggiata dal sinistro; mentre Vahod gli dà  una mano , crede di riconoscere dal cigolio della  gamba di legno il suo antico carnefice nel carcere di Evian.  Quindi  lo rapirà, e cercherà di sotterrarlo vivo ; e preso dal dubbio di aver rapito un innocente va a cercare una a una le altre vittime,  per poterlo assieme riconoscere o meno : anche se  tutti allora erano sempre bendati. C’è la fotografa Shiva , dalla zazzera scoperta e  grigio-argento . E poi si arriva ad  Hamid , suo ex.  Poi  c’è Golrokh (Hadis Pakbaten) vestita da sposa per le foto di nozze col suo sposo Alì ( Majid Panahi, solo omonimo del regista) .  Vanno a cercare anche nella sua libreria  Salar, un carismatico  Georges Hashemzadeh, che è l’unico a dissociarsi da quello che considera comunque un grande reato senza sbocco. Da quel momento nel van di Valid ( dove è ben rinchiuso e imbavagliato Eghbal) si forma uno strano colorito quintetto, e in 24 ore tra Teheran e lo spiazzo periferico, dove è c’è già  la fossa scavata, si consuma una storia che è segnata da un continuo frenarsi  e dibattersi per un drammatico  insolvibile blocco conoscitivo e morale , un andirivieni on the road dai toni a volte picareschi e comici.

Ma non è un semplice dramma  giacché  – al culmine di quello che sembrerebbe  il momento cruciale  in cui tutto il male e l’odio prodotto dal meccanismo perverso  “occhio per occhio , dente per dente” pare  si stia rovesciando nella tempesta di risentimento, vendetta, crudeltà, violenza – ecco  invece uno spiraglio di luce : con la voce di una bambina che esce dal cellulare di Eghbal  tenuto acceso da Valid. E’ quella di Niloufar, la figlia di Eghbal. La bambina ora  chiede del padre e prega di farlo tornare subito perché alla madre si sono rotte le acque e sta per partorire. La storia ha così un twist improvviso  che rimette tutto in gioco. In uno scenario dominato dall’istinto di morte davanti agli occhi di queste cinque brave persone che ora si fermano e per le quali risuonano le sagge parole del libraio Salar : “ Non  siamo assassini. Noi non siamo come loro: se  ci vendichiamo loro avrebbero vinto per sempre. E non deve accadere”. É la vita che irrompe ,con la vocina di Niloufar e loro tutti rispondono alla vita che è quella che prevale su tutto. Non possono privare un bimbo che sta per nascere del padre anche se costui potrebbe essere il loro antico torturatore.

Panahi non ha qui tempo e spazio per imbastire un dramma alla Polanski, si muove in clandestinità , e tira via dritto al punto con la povertà di mezzi di cui dispone. Ma ciò non gli impedisce di essere impeccabile nella scrittura del disegno generale che ha in mente :  come in una forma di neorealismo delle manette e del bavaglio (forse rozzamente  si potrebbe definire anche così il suo cinema ultimo) fa scaturire , dalla situazione tremendamente seria  che racconta, punte di comicità naturale : perché il nocciolo del neorealismo dei padri e del “comico” pirandelliano , al di là delle retoriche abusate fino al manierismo, era di farsi bastare i non attori che trovava, la pellicola scaduta, le macerie d’attorno  e reinventarsi la vita così come scorre davanti farsesca anche nella tragedia:  perché gli uomini sono anche ridicoli spontaneamente, presi nelle loro reazioni  persino buffe  e antropologicamente mediterranee , come l’ Hamid di Mohamed Ali Elyasmehr che , appena crede di sentire al tatto la gamba di legno del suo aguzzino, strabuzza gli occhi come un pazzo, e grida esagitato che è lui , e lo vuole ammazzare seduta stante con le sue mani, e intanto si assicura di lasciarsi ben trattenere dagli altri  (quante ne abbiamo visto di queste scene di scontri annunciati e sfumati  all’italiana!).

Si morde le mani come un siciliano o uno spagnolo, o  un mediorientale, teatralizza la scena, sembra uscito dalla commedia dell’arte. Fa anche ridere, perché  il suo tragico è vero, ma  il suo comico è maggiormente reale. Lo stesso Hamid  poi, mentre sono nello spiazzo desertico , con il van fermo, si rivolge  alla  sua ex fidanzata  Shiva  appoggiata  a un ulivo rinsecchito con soli due rami ,e le cita Godot , mentre   dall’altro lato la sposa in  bianco, il suo sposo e l’autista Valid, sono  tutti seduti sul predellino  del van, tutti bloccati sul da farsi , aspettando. Cosa?  Hamid, rammenta a Shiva   la stessa situazione d’impasse, la stessa scena con l’albero, che una volta videro assieme  nel dramma di Beckett e anche questo scorre naturale  nella significanza della situazione evocata.  La scoperta magia di Panahi che trascolora dal tragico al comico, dall’odio alla compassione , dal terragno al colto,  e non diventa un genere ma il misto di lacrime e risa, sangue e sudore di  cui è fatto ogni segmento della vita.

Ecco che anche la sequenza in ospedale dell’intero gruppo per  assistere la puerpera  non è dissonante affatto, perché  , magari per i famosi neuroni specchio,  siamo capaci a volte anche di questo, empatici e solidali verso un bambino che nasce, mentre poco prima stavamo per seppellire vivo il padre. Ora Vahid – che  lo stava seppellendo, e che nella vita è il poeta Vahid Mobasseri –  offre a tutti i dolcetti per festeggiare il bimbo del presunto aguzzino. L’altra scena , che diventerà un cult alla Pulp Fiction,  con altrettanta fluidità, e con perfido sarcasmo per la corruzione del regime, vede le guardie che  per chiudere un occhio sull’inquietante trambusto nel van in pieno giorno,  si fanno pagare la tangente col Pos.  Panahi riesce così ad attraversare i generi, mantenendo la compattezza del tutto,  come colori da mischiare in un’unica  tavolozza per un unico quadro. 

Nella sua asciutta essenzialità  di fondo il film andrà  alla fine a un segno  politicamente  alto  ed  è sorvegliato da una sapienza registica anche  nel moltiplicarsi e intersecarsi dei punti di vista :  in cui lo spettatore spesso non vede quello che vedono i protagonisti , che a loro volta vivono la  storia in un deficit di visione sensoriale reciproca : le quattro vittime,  che ora si vogliono vendicare del loro presunto aguzzino, in realtà non lo hanno mai visto in volto, perché  bendati e  legati alla sua immagine ognuno per  un singolo soggettivo dettaglio sensoriale : il cigolio della gamba per uno, il tatto della stessa per l’altro  (che di fatto  se lo può solo immaginare  perché in realtà mai toccato allora ) , il sudore per l’altra,  Golrokh , violentata  perché non potesse da morta andare nel paradiso delle vergini;  a sua volta il rapito non potrà mai vedere gli altri, perché anch’egli bendato. All’inizio del film non si vede mai l’animale che Eghbal  investe, ma di cui si sente solo il rumore dell’impatto. E neanche noi  vediamo mai il cane.  I fuori campo della mdp aumentano questo senso dell’incertezza generale che dà  il mood di un thriller  psicologico e  cognitivo a tutta la storia.   

Le luci rosse delle spie di posizione  del van  sono anche metafora e funzione di un blow up fotografico così come si manifesterebbe in camera oscura  e non a caso è una fotografa a gestire la resa dei conti finale e tale professionalità  ha anche nella vita Mariah Afshari , che interpreta  Shiva.

Alla fine nell’ultimo andirivieni notturno nello spiazzo sabbioso dove è la fossa  e l’ulivo rinsecchito a  cui  legare Eghbal  per l’ultima resa dei conti , sono rimasti solo in due  a sciogliere il nodo : Valid  e Shiva :  colui che l’ha catturato, e la donna che lavora con le immagini.   Non uccideranno il rapito , ma  ne cercheranno una vera confessione , la sua confessione .  Shiva è quella che  in quella decina di minuti  sta fissa su di lui  e la mdp la riprende incombente sull’uomo bendato: è  Ebrahim Azizi, l’attore più rilevante e consumato, che rende un Eghbal di ambiguità verosimile  e sfuggenteal massimo. Non è una tortura fisica quella che  riceve  e nemmeno  una minaccia psicologica. Shiva  gli sta addosso quasi a pelle, certamente gli trasmette il suo respiro , come una fotoreporter di razza gli sta spremendo le emozioni.

Nel contatto fisico si limita a  degli  schiaffetti secchi sul viso che a volte  sgualcisce  con una presa più o  meno forte e improvvisa , quando scandisce i  termini della contesa. Gli ansima  addosso , ma controllata. E’ un pressing asfissiante di stimoli e risposte. In  realtà  l’uomo non si tradisce , se non quando fa riferimento alle “ragioni” del perché lui apparteneva a una certa koinè  che ha fatto  la guerra decennale contro l’Irak di Saddam  Hussein “per salvaguardare la purezza della rivoluzione sciita komeinista  anche da certe gente come Voi, che volevate sfasciare tutto per i valori occidentali depravati e senza dio…E davvero pensavate che Ve lo potevamo permettere di sfasciare tutto? ”. Shiva  lo incalza allora e lo mette spalle al muro proprio sul piano della  responsabilità  connivente di  gente come lui ,  in quanto maggioranza complice e conformista , quel brodo coltura, quella zona grigia  che si tappa  gli occhi, le orecchie, e la bocca e permette appunto al potere teocratico di fare tutte le prevaricazioni verso  chi aspirerebbe  a una società devota, ma laica, in cui ci sia libertà di espressione e coscienza senza paura di punizioni anche mortali, come sono quelle che lei e i suoi compagni hanno subito. A questo punto la responsabilità si allarga ben oltre Eghbal, ma lo chiama in causa comunque, come ciascun individuo, cittadino e  un’intera nazione nelle sue generazioni degli ultimi cinquantanni. Non è più colpa di un  generico “sistema”   cui bisogna obbedire, ma come dice Anna  Arendt  “Nessuno ha il diritto di obbedire” , ogni individuo  non può  discolparsi  dalle conseguenze che alimenta .

La radice delle responsabilità di tutte le dittature sta in massima parte in persone come Eghbal, Schiva lo incalza, se ne deve rendere conto una volte per tutte, lo strattona, ancora , un altro schiaffetto di schermo  e poi si alza, ha finito il blow up  della sua foto-contusione : “Chiedi quindi grandemente scusa, ma dentro di te, scusa non solo a noi, ma a tutto il popolo iraniano, e al bambino che ti è appena nato,  a cui consegnerai tutta  la merda in cui hai pascolato, chiedi scusa anche a lui e a tua figlia per non avergli dato ancora un buon esempio, e una società più umana..”.  Egbhal  a queste punto cede e in modo strozzato, impastato, si libera di sé stesso: “Scusa, chiedo scusa, ma mi è stato insegnato a  dire sì a tutto quello dettato  dagli ayatollah come ‘segno  di Dio’, e così mi ci  sono abituato, sì mi ci sono sempre più abituato. Ho lasciato fare … scusa, scusa  per tutto  il male di cui sono responsabile anch’io...”. Dall’alto,  alla luce rossa nella notte delle spie di posizione  del van, abbiamo  l’ultimo fotogramma sull’uomo a capo chino bendato e legato ancora all’albero, da cui sarà sciolto tra poco .

Dissolvenza. Ora è interno giorno, Vahid sta ricevendo  dalla  madre i dolci che gli  ha preparato, e poi torna  contento allo spaccio in cui lavora  col socio. E’ ripreso di spalle all’entrata  e d’un tratto si ferma. Rigido. Udiamo (ma alluciniamo  anche noi , come Vahid ? ) un suono sempre più distinto, purtroppo noto, un cigolio meccanico di passi, un  inconfondibile refrain. Vahid rimane immobile. E  con lui, fisso di nuca, anche noi.  Poi solo il nero dei titoli di coda.

Implacabile Pahahi  che da “un semplice incidente” qui non fa sconti a nessuno e  procede dritto alla meta e ai suoi bersagli.

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